Pari opportunità “di facciata”: la denuncia della scienziata e il licenziamento di Google

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L’azienda sostiene si sia licenziata. Lei d’essere stata buttata fuori, fra l’altro mentre era in vacanza.

Timnit Gebru, scienziata di origine eritrea, fino al 2 dicembre scorso  impiegata in Google e Co-Leader dell’Ethical Artificial Intelligence (AI) team, aveva denunciato tramite una mail ad un gruppo interno l’impegno “solo di facciata” di Google per creare un ambiente di lavoro più inclusivo e meno discriminatorio.

Ma lei non si rassegna. In pochi giorni, la lettera aperta/petizione pubblicata da “Google WalkOut for Real Change” e spinta sui social dagli hashtag #ISupportTimnit e #BelieveBlackWomen è stata già firmata e sottoscritta da 2.351 Googlers e 3.729 accademici (dati delle ore 13 dell’11.12.2020). Nel documento, quanto accaduto alla Gebru viene definito “un licenziamento-rappresaglia” nonché un caso di “censura senza precedenti alla ricerca”.  Fino al 2 dicembre scorso, la dottoressa Gebru (si legge nella petizione) era una delle poche donne nere ricercatrici nell’azienda (Google, n.d.r.), che vanta “un deprimente 1,6% di donne nere” fra i propri dipendenti.

La dottoressa Gebru era già finita nei guai in passato per aver denunciato, in una intervista al New York Times, come la tecnologia di riconoscimento facciale favorisse la discriminazione alimentando i pregiudizi razziali e innescasse una pericolosa sorveglianza di massa. Ma il suo licenziamento racchiude i quattro pilastri che hanno alimentato l’attività sindacale interna a Google negli ultimi anni: l’etica nell’intelligenza artificiale, il trattamento riservato alle donne, il trattamento dei dipendenti di colore e la trasparenza. Come dire, con un’unica azione hanno fatto strike.

In una sua intervista esclusiva uscita il 10 dicembre su Venturebeat, la ricercatrice afferma che il memo “deumanizzante” di Google la dipinge come una donna nera arrabbiata: mercoledì 9 infatti, il CEO Sundar Pichai aveva divulgato una comunicazione a tutti i dipendenti dicendosi dispiaciuto che l’azienda avesse licenziato la prominente co-fondatrice di AI Ethics, Timnit Gebru, confermando la propria disponibilità ad assumersi la responsabilità di lavorare per ristabilire un clima di fiducia e sottolineando che l’azienda tratta la diversità come priorità. Eppure hanno licenziato una delle più famose ricercatrici nere e donne al mondo.

Timnit Gebru, si legge su Venturebeat, ha parlato di una cultura tossica dell’ambiente di lavoro nel mondo delle BigTech, affermando che “Scrivi mail, e vengono ignorate. Prepari dei documenti, e vengono ignorati. Poi discuti di quello che sta succedendo, ed ecco che parlano di te come di una qualunque donna nera arrabbiata che deve essere fermata”.

E se una volta fuori da Google la ricercatrice viene additata come una “troublemaker”, una procura-guai, mentre era all’interno dell’azienda subiva quotidianamente episodi di “razzismo, gaslighting, censura alle proprie ricerche” (si legge sempre nella petizione): il team della Gebru aveva infatti presentato una approfondita ricerca in attesa di pubblicazione dopo aver passato la verifica di un gruppo accademico, su cui è stata invece posta la censura dei vertici di Google, senza alcuna giustificazione. Tutto questo per aver richiamato l’attenzione sulle implicazioni ambientali ed etiche dei modelli su larga scala dell’intelligenza artificiale (LLMS) utilizzati in molti prodotti di Google.

Nell’intervista pubblicata da Venturebeat, la giovane ricercatrice si rivolge anche alle “giovani donne di colore” che stanno assistendo a questo increscioso episodio e stanno decidendo se entrare nel mondo del machine learning o meno, anche a fronte di quanto accaduto a lei. Proprio qualche giorno fa aveva rilanciato il tweet di una di loro, Ariel Anders, in cui si legge “il licenziamento di Timnit Gebru è stato emotivamente traumatico”:

“Voglio che sappiano che questi momenti sono necessari”, dice Timnit Gebru. “Il punto principale, per me, è che se una cosa simile accade a me, che cosa succede ad altre persone? Molte persone non hanno la piattaforma e la visibilità e l’ampio supporto che ho io, quindi immaginate: cosa succede ad altre donne di colore? (…) Io sono arrivata ad un punto in cui la mia competenza è nota e apprezzata dalla gente, ma lasciatemelo dire, non all’interno di Google. Ci sono state innumerevoli volte in cui la mia competenza è stata completamente ignorata.”

E conclude, rivolgendosi alle giovani ricercatrici di colore che possono sentirsi minacciate e sconfortate da quanto accaduto a lei: “Voglio che sappiate che non è nella vostra testa. Non è colpa vostra. Siete straordinarie, non lasciate che questi atteggiamenti vi fermino. (…) So che è difficile pensare che non ve la siete cercata voi e che siete nel giusto, ma credetemi, è così. (…) Il secondo messaggio che vi mando è che è importante che voi partecipiate al nostro futuro tecnologico e lo modelliate a vostra immagine”.

 

L’intervista completa alla dottoressa Timnit Gebru è disponibile qui https://venturebeat.com/2020/12/10/timnit-gebru-googles-dehumanizing-memo-paints-me-as-an-angry-black-woman/