Parla il presidente dell’Ordine: “Sostegno a chi assume, non a chi prepensiona”

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Carlo Bartoli, nuovo presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti - Foto da streaming

di Alberto Ferrigolo da Professionereporter.eu “Noi abbiamo bisogno, con un’urgenza drammatica, di riscrivere prima di tutto le regole della professione poi, di conseguenza, anche quelle dell’Ordine professionale”.

Fiorentino, 66 anni, Carlo Bartoli è da nemmeno un mese il nuovo presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, eletto il 1° dicembre, e risponde così alla domanda su come andrebbe riformato l’Odg, nell’intervista che chiude la serie di conversazioni che Professione Reporter ha avviato a partire dallo scorso 8 settembre 2021.

Dalle interviste fatte emerge un certo distacco e uno scarso senso di appartenenza all’Ordine. Un’adesione per lo più burocratica, dettata quasi solo dal versamento della quota annuale. Come lo spieghi?

“Una prima risposta, più di carattere generale e che non vuol essere minimamente assolutoria, riguarda una sicura disaffezione verso gli enti e le istituzioni della categoria, che però è anche un retaggio storico, un substrato culturale. Non è di oggi e nemmeno di dieci anni fa. È acuito dai problemi in cui vive il settore. Nel momento in cui ciascuno cerca una via d’uscita, una soluzione individuale al proprio problema, si è poi meno propensi a farsene carico nell’ambito d’una visione collettiva. Rispetto all’Ordine, c’è una questione che può risultare persino più urticante, ma che è la realtà del giornalismo italiano, anche di coloro che sono in pensione e non esercitano più, rispetto alla quale si pagano errori passati e una legge nata in un contesto totalmente diverso da quello attuale: chi abbia superato i dieci anni di anzianità rimane iscritto all’Ordine qualsiasi cosa succeda e faccia. Ci si può solo dimettere, ma non è più possibile rivedere o ridiscutere la posizione all’interno dell’Ordine. Si resta giornalisti a vita, basta si paghi la quota”.

Ma rispetto alla legge istitutiva del 1963, fra due anni sono sessant’anni di vita dell’Odg, ha ancora senso l’Ordine così com’è, anche alla luce dei profondi mutamenti avvenuti nella professione, specie negli ultimi vent’anni? Andrebbe forse riformato, aggiornato: in che modo?

“Capovolgerei l’approccio. Non inizierei parlando della riscrittura delle regole dell’Ordine, perché sembrerebbe di cominciare, non dico dal capitolo finale, ma dall’esito. C’è un nodo, tuttora fondamentale, che riguarda i meccanismi dell’accesso. Incidi sull’accesso solo se riformi tutta una serie di capitoli, però oggi non basta più solo questo per affrontare la questione, perché nel frattempo la professione reale si è allargata, insieme. Quindi non c’è più solo un problema d’accesso inteso come primo accesso, ma anche come recupero di un confine che s’è modificato e perciò della costruzione di condizioni che diano una prospettiva al settore. Quello di cui abbiamo bisogno, con un’urgenza drammatica, è riscrivere prima di tutto le regole della professione poi, di conseguenza, anche quelle dell’Ordine professionale”.

Quindi è tutto il comparto editorial-giornalistico che va rivisto, è questo che intendi?

“Assolutamente sì”.

Del resto, anche sulla base delle trasformazioni tecnologiche e l’affermarsi dei social media sono nate tutta una serie di figure professionali che nelle redazioni vengono utilizzate sempre più massicciamente, come i pubblicisti, i precari.

“C’è una sacca di lavoro nero enorme, spaventosa, mentre chi entra nelle redazioni attraverso il percorso canonico, praticantato-esame, è oggi una piccola minoranza”.

Ma ha ancora senso la distinzione professioni e pubblicisti, o dovrebbe essere superata?

“Segnalo ai colleghi che quando pensano alla riforma della professione e dell’Ordine la priorità non è il pubblicista, ma è pensare invece a come sarà questo settore tra dieci anni. Dobbiamo immaginare il futuro, che non è quello del corrispondente del quotidiano X da Busto Arsizio, se dovrà essere laureato o meno, ma dobbiamo pensare che il corrispondente di quel giornale potrebbe tra dieci anni non esistere più. La sua figura, così come la sua stessa testata. Se ci guardiamo indietro è un’ecatombe. E questo ci porta all’altro aspetto: bisogna avere un confronto forte con tutte le istituzioni, per capire se l’informazione, intesa come professione, con determinati canoni e determinati obblighi, ha ancora un interesse per il Paese o se il Paese pensa invece che si tratti di un capitolo superato, in cui serve sole gestire una serie di esuberi, che prima o poi andranno a esaurirsi. La domanda è: a questo Paese l’informazione libera, interessa o no? Se interessa bisogna essere conseguenti e quindi mettere in campo politiche adeguate, di sussistenza e protezione, di creazione di condizioni economiche, che permettano un’informazione libera, autonoma, non dico prospera, ma che almeno sia autosufficiente e possa sopravvivere. Altrimenti tutti i discorsi che ci facciamo sono pura accademia. Tra dieci anni rimarrà in piedi solo la Rai, per via del canone, e due o tre grandi gruppi. Dopodiché ci saranno grandi player stranieri, che faranno bello e cattivo tempo”.

Come si delinea e costruisce il quadro dell’informazione del futuro? Con gli editori, i sindacati, l’Ordine, quali soggetti? Come si fa a immaginare quale sarà la struttura editoriale di domani quando l’infornazione, di fatto, cambia di giorno in giorno? Come concepire un Ordine adeguato ai tempi? E visto che la legge spetta al Parlamento, come va coinvolto?

“Il punto è capire se questo Paese considera fondamentale avere un’informazione libera e autonoma, oppure se ritiene che il meccanismo migliore sia quello di affidarsi al libero mercato. Credo che questa seconda strada sia una sciagura assoluta e venga perseguita solo da chi non ha piena consapevolezza degli effetti: dopo, ci informeremo solo sulla base delle scelte degli algoritmi e in maniera non trasparente, senza per questo voler demonizzare digitale e algoritmi. Ritengo, invece, che il settore debba essere considerato fondamentale per la difesa e lo sviluppo della democrazia nel nostro Paese. Però si dev’essere conseguenti: significa che non possiamo continuare a impiegare un mucchio di risorse pubbliche solo per mandare in pensione i colleghi. Semmai, dovremmo dare sostegno a chi assume, non a chi prepensiona. Che sia cartacea, online o via etere, vogliamo sì o no provare a costruire attività che facciano utili e possano pagare anche il lavoro? Se non c’è questo presupposto qualsiasi altro discorso decade. Allora non serve né Ordine, né Inpgi, né Casagit. Non serve nulla, perché ci si ritrova in una giungla dove vince il più forte, che non fa l’interesse della collettività ma solo il proprio”.

Di quale giornalismo o di quali giornalisti ha bisogno una democrazia avanzata?

“Di un giornalismo che non ha paura di confrontarsi con il nuovo, di utilizzare al massimo le risorse dei tanti linguaggi che il giornalismo ha a disposizione, che non teme di confrontarsi con nuove figure professionali ma, anzi, si apre nei loro confronti. Faccio l’esempio più banale: il social media manager deve essere un giornalista, perché ha la sensibilità adeguata e lo fa bene e meglio di una qualsiasi figura tecnica. O, per fare un esempio che di sicuro troverà molti in disaccordo, il portavoce dovrebbe essere un giornalista, non per legge ma per opportunità, perché la sensibilità di un giornalista, se bravo, non ce l’ha un semplice comunicatore”.

Tema delicato, questo, su cui ci sono posizioni diverse. C’è chi sostiene che il giornalista che diventa portavoce si dovrebbe autosospendere dall’Albo protempore, perché fa un lavoro diverso da chi fa informazione indipendente. Sei d’accordo?

“Dipende da come intendiamo il lavoro del portavoce. Tutti i portavoce storici che abbiamo conosciuto sono stati grandissimi giornalisti, da Tatò, a Ghirelli, a Levi. In questo senso intendo un giornalismo che non ha paura di aprirsi, allargarsi e varcare i confini tradizionali. Del resto, negli ultimi trent’anni cosa abbiamo fatto? Abbiamo allargato continuamente le nostre competenze. Non accettare le sfide vuol dire morire”.

Quindi l’Ordine dovrebbe aprirsi ai comunicatori, come già pensava di fare l’Inpgi?

“Quando parliamo di comunicatori parliamo di un concetto estremamente esteso e variegato. All’interno ci sono fette che non hanno nulla a che fare con il giornalismo e fette che invece vi appartengono. E ci sono anche molti giornalisti che fanno i comunicatori part time anche solo per sopravvivere. Non diciamo sì o no in blocco, entriamo nello specifico, valutiamo le caratteristiche. Si tratta di un mondo con diecimila sigle che lo rappresentano, ma una serie di figure e compiti sono sovrapponibili e limitrofi con quelli del giornalisti. Altri, invece, si occupano di tutt’altre materie con cui, certo, non dobbiamo aver nulla a che fare, come la gestione dei budget o delle campagne pubblicitarie. Un esempio? In tutti gli uffici stampa, in ambito militare, statale, ministeriale o delle federazioni sportive, lavorano colleghe e colleghi che sono giornalisti a tutti gli effetti, ma che non hanno la possibilità di avere la tessera”.

Come ti immagini l’Ordine del futuro?

“Che sia motore propulsivo dell’innovazione. Come e in che forme lo vediamo e troveremo la strada”.

Le linee guida approvate dal Consiglio nazionale dell’Ordine il 16 ottobre del 2018 sulla riforma sono adeguate e in linea con le esigenze di una professione moderna e al passo con i tempi?

“No, assolutamente no. Va fatta una riconsiderazione dei criteri di base. Anche perché riforme dell’Ordine approvate all’unanimità ne sono state scritte più d’una e poi sono rimaste nei cassetti. C’è un interlocutore non banale, che è il Parlamento, con cui noi dovremmo essere in grado di dialogare e con il quale cercare di trovare delle mediazioni sulle linee guida di una possibile riforma”.

In molti lamentano che l’Ordine latita nei provvedimenti sanzionatori, sull’etica, e che si occupa più delle invettive di Vittorio Feltri che delle commistioni pubblicità-informazione.

“Intanto non mi sembra secondario occuparsi delle invettive o delle parolacce, perché la lingua per il nostro mestiere è come il bisturi per il chirurgo. È uno strumento di lavoro non secondario, dice chi siamo e come operiamo. Rispetto al resto, la disciplina ha molti limiti così com’è organizzata: non disponiamo di una polizia giudiziaria a cui rivolgerci, come il magistrato fa per esperire documenti, accedere a notizie. Un Consiglio di disciplina sanziona sulla base delle evidenze, quindi se c’è un articolo sulla testata X sul profumo di una certa marca e sulla pagina accanto, o prima o dopo c’è una pubblicità dello stesso non è che si può sanzionare il direttore per questo. Ci devono essere delle evidenze e non sempre è semplice rilevarle. Per altro, c’è una legge dello Stato che disciplina il rapporto tra informazione e pubblicità che credo con molta fatica venga applicata. Voglio però sottolineare una difficoltà oggettiva, nel senso che per sanzionare qualcuno devi avere delle prove, altrimenti lo sanzioni ma in appello viene assolto. Lo stesso, e tocco un altro tema delicato, riguarda le iscrizioni. Ci possono essere casi in cui delle testate registrano iscrizioni non sempre regolari, ma su cui non ci sono riscontri e prove e, se le hai, non è che vai alla Commissione disciplinare, se viene fuori che il direttore fa cose irregolari si deve denunciare il fatto necessariamente alla Procura della Repubblica. In ogni caso, la riforma delle disciplina è fondamentale, anello cardine. Noi abbiamo – e ogni volta che lo dico c’è chi strabuzza gli occhi – ben cinque gradi di giudizio ai quali partecipano fior di avvocati. Cinque gradi che hanno tutti la loro organizzazione tempistica a garanzia, come è giusto che sia, e rispetto alla quale occorre una formalità molto precisa, ma chi subisce un’infrazione disciplinare con cinque gradi di giudizio non finisce più…”.

Qual è l’etica del giornalismo?

“Noi siamo obbligati a rispondere e osservare la legge, la deontologia è già un ambito più vasto, poi c’è un terzo ambito più vasto ancora che è quello dell’etica. Qui le sensibilità possono poi essere le più varie, ma per me la cifra dev’essere la responsabilità rispetto a quel che si scrive e alle conseguenze che ne derivano. Il che non vuol dire autocensura, ma significa esatta parametrazione di quel che si scrive rispetto alla notizia e al suo impatto. E le conseguenze sui diretti interessati. Credo che in Italia ci sia un problema enorme e che di fatto non si sia mai parlato di etica, se non rarissimamente. Penso che una delle cose fondamentali che manchi al giornalismo italiano sia una discussione dalla quale possano emergere canoni generali. Ovvero, posso avere un’etica più restrittiva, più larga, di vario genere ma la cosa fondamentale è che l’impostazione dev’esser sempre uguale, non può esser a geometria variabile. Scrivo di Tizio, lo spiano, scrivo di Draghi ho mille cautele, mi spiego? Che poi diventano pesi per misure diverse… Questa è la cosa più critica ed è anche il senso della lettera che abbiamo inviato al vicepresidente del Csm e al procuratore generale in Cassazione alla vigilia di Natale per chiedere che sul decreto sulla presunzione d’innocenza vengano prodotte linee guida sulla base di criteri oggettivi. Condivisi a livello territoriale e anche nazionale, affinché si utilizzino gli stessi parametri e gli stessi criteri”.

E la missione del giornalismo, qual è?

“Sempre la stessa: andare al nocciolo delle cose. Non accontentarsi della prima risposta, scavare, approfondire, scoprire cose nuove e illuminare le parti della realtà che sono controverse”.

È forse la ricerca della verità?

“Della verità, non solo di essa, ma di tutta la realtà sociale. Perché poi ci sono fette della società che rimangono sempre escluse, come, fino a non molto tempo fa, le morti sul lavoro, oggi venute prepotentemente alla ribalta. Per anni sono state un trafiletto in cronaca, mai approfondite. Quindi, il giornalismo è non solo la ricerca della verità, ma di tutta la verità. In ogni caso il concetto di verità va incrociato con quello di pluralismo. Nel momento in cui ci possono essere molte verità differenti, bisogna considerare che alla fine i cittadini sono cittadini adulti in grado di capire e a cui noi dobbiamo fornire tutti gli elementi per scegliere e farsi un’opinione propria, senza dover essere portatori di verità”.

Infine, qual è il tuo giudizio sul giornalismo in Italia oggi?

“Un giornalismo in estrema difficoltà. In quarant’anni non ho mai visto tanta difficoltà nel nostro settore”.

Difficoltà economica, strutturale o anche qualitativa?

“Beh, tutto viene giù a cascata. Penso all’esperienza del Tirreno di Livorno, in cui ho lavorato, dove negli anni Novanta sono state aperte tre nuove redazioni, è stato assunto personale, c’erano collaboratori con articoli 2, oltre 40 persone al lavoro, mentre adesso c’è una sola sede e credo che siano diventati 8 o 9 in tutto. Che fanno pure l’online. Allora mi dico: giornalismo di qualità? Ma dove? Quando uno deve fare quattro pagine al giorno è grasso che cola se non fa errori d’ortografia nei titoli e nei sommari, perché non ha neanche il tempo di respirare. Poi, certo, c’è una fascia – molto ristretta – che può ancora permettersi un lavoro di qualità, ma la gran massa dei colleghi lavora in fonderia, quand’anche in miniera o alla catena di montaggio”.

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