Patuanelli paga a Salini 40 mln, ma prima dalla Rai vuole “fattura”

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Il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli.

Vedere cammello e dopo pagare moneta. In sostanza è quello che il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, ha detto in questi giorni all’amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini. Nonostante la legge di Bilancio 2019 abbia stanziato 40 milioni per quest’anno e 40 milioni per il prossimo a favore della Rai “per l’adempimento degli obblighi del contratto di servizio ivi inclusi quelli per lo sviluppo per la programmazione digitale”, il Mise ha deciso di “subordinare” questi assegni alla stipula di un “protocollo d’intesa” sottoposto al cda Rai del 19 dicembre scorso. Un testo molto dettagliato che il board non ha approvato riservandosi di affrontare l’argomento nel 2020 e meditando un possibile ricorso. Un “protocollo d’intesa” in cui – a quanto apprende Lo Specialista – si chiede conto del canale in inglese, del canale istituzionale, del piano di digitalizzazione delle teche, dell’accessibilità dell’offerta, di ricerca e sperimentazione, di radio digitale, di format originali e di Dab+. Tutte cose, come detto, già previste dal contratto di servizio 2018-22. Ma che ora la Rai dovrà dimostrare di aver fatto sul serio.

LA FATTURA – Il Mise, infatti, chiede “la descrizione dei costi delle singole attività e la durata complessiva delle stesse”. Non solo. Entro il 30 aprile 2020 (e poi entro il 30 aprile 2021) la Rai invierà al Mise una relazione consuntiva nella quale saranno descritte le cose fatte. Il tutto condito da un rendiconto dei costi e degli investimenti sostenuti negli esercizi 2019-20, ivi inclusi quelli delle risorse umane impiegate. Dopo aver visto il “cammello”, il Mise pagherà “moneta” entro 30 giorni: “un importo pari ai costi sostenuti”, e comunque non oltre i 40 milioni per ogni anno.

IL GUINZAGLIO – In pratica siamo di fronte a una mostruosità giuridica – ecco la motivazione del possibile ricorso – con la quale il governo tiene al guinzaglio la tv di Stato. Ma andiamo con ordine e capiamo perché. Prima l’esecutivo si è scelto i nuovi capi dell’azienda (estate 2018). Poi – in ossequio alla propaganda – ha deciso di fissare per le legge il canone Rai a 90 euro per sempre. Non pago – visto che la coperta della Manovra è sempre corta – ha stabilito di tenersi in pancia una parte del canone lasciando alle casse di Viale Mazzini solo 74,8 euro (su 90 euro). Il tutto facendo sì che la raccolta da canone (1.637.000.000 nel 2018 trattenuti in bolletta elettrica) sia di fatto più bassa di quella del 2013 quando l’evasione sfiorava il 30%. A quel punto Salini ha fatto notare all’allora governo giallo-verde che gli mancavano all’appello 40 milioni per chiudere il bilancio 2019 in pareggio. E infatti i 40 milioni (la toppa dell’allora ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio) sono arrivati nella legge di bilancio 2019. Ma ora – divenuti nel frattempo giallo-rossi – a Palazzo Chigi per firmare l’assegno chiedono “fattura” e si impegnano a pagare a 30 giorni… Ecco perché parlare d’indipendenza della Rai dalla politica è un’utopia. Da qui in avanti i soldi per quadrare il bilancio Rai li dovrà stanziare di anno in anno il governo di turno. Eppure la soluzione è sotto gli occhi di tutti: lasciare alla Rai l’intero importo del canone (perché l’extra-gettito non esiste) e pretendere che una governance competente e non nominata dalla politica faccia tutto quello che c’è scritto nel contratto di servizio nell’interesse esclusivo dei cittadini. E meno male che la Rai non ha comprato i diritti tv della Champions League per questa stagione: 20 milioni risparmiati nel 2019 e 20 milioni nel 2020. Altrimenti la “toppa” di Luigi Di Maio sarebbe stata pure piccola…

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