Per l’editoria dal 25 marzo è tempo di “Stati generali”

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E’ la crisi bellezza… Lettori in fuga dalla stampa tradizionale; pubblicità che migra verso Google e social, ovvero gli editori del futuro; e gli editori del passato (più o meno puri) che non trovano nuovi modelli di business; una categoria, quella dei giornalisti, in crisi d’identità (e in alcuni casi di dignità) in un’informazione e comunicazione (se non propaganda) che “drogata dai social” non chiede più la loro intermediazione. Il mondo dell’editoria se la passa maluccio, e dal 25 marzo prossimo ne parlerà agli “Stati Generali”. Ad aprire le danze il premier Giuseppe Conte alle ore 9 presso nella Sala polifunzionale della Presidenza del consiglio dei ministri accompagnato dal sottosegretario all’editoria, Vito Crimi. Di editoria si parlerà per mesi fino ad arrivare a veri e propri disegni di legge da depositare magari già in autunno.

Il sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi.

Sugli Stati generali Crimi ha annunciato che saranno coinvolti “tutti coloro che sono interessati a qualunque titolo nel processo dell’informazione, dall’individuazione di una notizia fino all’ascolto. Saranno previste cinque macro aree tematiche: l’informazione primaria (quindi le agenzie di stampa), il giornalista (e quindi la libertà di chi scrive, i compensi e le tutele, il sistema professionale, la deontologia), l’editore (con aspetti che vanno dal pluralismo alla trasparenza sugli assetto proprietari, dal diritto d’autore alla distribuzione, ai poligrafici, i fotografi, i blogger, la rete di vendita), il mercato (spaziando dall’innovazione alla concorrenza, sino ai centri media e le agenzie della pubblicità) e infine i cittadini, con il loro diritto prioritario ad essere informati e se possibile sempre di più coinvolti”. “Procederemo veloci – ha garantito Crimi – e in modo molto schematico”. E dal sindacato già fanno sapere che si batteranno per la difesa del lavoro, la lotta al precariato, il trasferimento di risorse degli “Over the Top”, la riforma delle agenzie di stampa, la salvezza degli enti previdenziali di categoria e il sostegno diretto al pluralismo dell’informazione. A proposito di enti previdenziali…

C’è un rischio, presente e non futuro, per i giornalisti e riguarda i conti dell’Istituto nazionale di previdenza. Un ente che si occupa della previdenza (ma anche degli ammortizzatori sociali) della categoria e da un paio d’anni in totale dissesto: ha chiuso il bilancio 2017 con un rosso di 101 milioni; il bilancio 2018 -175 milioni; e la previsione del 2019 prevede in perdita per 181 milioni. Insomma, il commissariamento è dietro l’angolo. E questo nonostante in un paio d’anni siano entrati oltre 200 milioni dalla dismissione del patrimonio immobiliare… Per evitare il collasso, si sta cercando di far confluire all’interno dell’Inpgi circa 20-25 mila comunicatori. Che porterebbero nelle casse circa 130 milioni l’anno. Un’operazione contenuta in un emendamento che dovrebbe prevedere, forse da approvare in un prossimo decretone, l’obbligo per chi opera nel settore della comunicazione (uffici stampa pubblici e privati, lavoratori del web) di versare i contributi all’Inpgi e non più all’Inps. Un emendamento che non piace ai 5Stelle: dal presidente della Camera, Roberto Fico, fino allo stesso Crimi. Non un buon viatico per gli Stati generali dell’editoria…