Prima di toccare il fondo, l’Inpgi ha cinque cose da chiedere allo Stato e agli editori

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La sede del Inpgi, l'Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani "Giovanni Amendola" in via Nizza. - Foto da ufficio stampa Odg

di Andrea Garibaldi da Professionereporter.eu Molte cose si muovono attorno all’Inpgi che affonda.

Incontri, contatti, grida d’allarme del Cda, appello a Draghi. Risposte generiche, accorate, o indifferenti.

Tutto, però, in stanze ovattate. Un silenzio impressionante avvolge l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani, che fra un mese e mezzo potrebbe non esistere più come ente autonomo. Il 20 maggio la Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha convocato una manifestazione sulla crisi dell’editoria: c’è anche il tema Inpgi, ma nella seconda parte del comunicato. Inoltre, i mezzi di informazione hanno grande ritegno a parlare dei problemi dei giornalisti: pensano forse che non siano popolari.

Eppure, esistono almeno cinque buoni argomenti per issare la bandiera e combattere ancora. Come ricorda anche Pierluigi Roesler Franz, membro del collegio sindacale Inpgi e rispettato studioso del problema.

L’Inpgi ha chiuso il bilancio 2020 con 242 milioni di disavanzo. Il bilancio 2019 con 253 milioni di disavanzo. Inpgi perde 665 mila euro al giorno, un po’ meno di Alitalia. Il 1° luglio è previsto l’arrivo di un commissario di governo, con la missione di mettere i conti in ordine. I vertici dell’Istituto, eletti dalla categoria, insistono per l’ingresso immediato dei “comunicatori” nell’Ente, previsto invece nel 2023. Ma da una parte i comunicatori -in maggioranza- puntano fortemente i piedi. Dall’altra, il sottosegretario all’Editoria, Moles, dice che ogni decisione spetta al ministro del Lavoro, Orlando, e Orlando ha riservato alla presidenza Macelloni un’accoglienza gelida, dirottandola sulla direttrice generale Concetta Ferrari.

Ci sono cinque buoni argomenti che dirigenza Inpgi e sindacato dovrebbero ribadire e spiegare in ogni sede. Prima di rassegnarsi agli scenari più incerti.

Il primo è questo: l’Inpgi nel corso degli anni ha speso circa mezzo miliardo di euro per fare assistenza (ammortizzatori sociali) e non previdenza. Per fare altro rispetto al suo compito istituzionale. Generando ingenti risparmi per lo Stato. Assegni di disoccupazione e solidarietà, cassa integrazione, tfr in caso di fallimento. E mancati recuperi da aziende fallite (se succede all’Inps, interviene lo Stato).

Secondo argomento: dentro questa spesa assistenziale, da oltre dieci anni sono stati riversati sulle spalle dell’Inpgi oltre mille prepensionamenti di giornalisti, che hanno così cominciato a percepire la pensione a 58 anni. Per l’Inpgi, contributi in meno e assegno pensionistico da versare per molti più anni. Con un aiuto statale di venti milioni di euro l’anno, assolutamente insufficiente a coprire il danno. Il capitolo prepensionamenti è stato un enorme favore, di governi di vario colore, ai grandi editori italiani. Basta annunciare uno stato di crisi, anche in prospettiva, per poter mandare a casa giornalisti nel pieno delle forze. Altri duecento prepensionamenti sono alle porte: le ristrutturazioni industriali a spese dei cittadini continuano.

Terzo argomento: Inpgi ha dovuto pagare i “contributi figurativi” per le future pensioni di giornalisti eletti deputati, senatori, parlamentari europei, sindaci di grandi città, consiglieri e governatori di Regioni per tutto il periodo in cui hanno ricoperto l’incarico pubblico.

Solo da quest’anno con la Finanziaria 2021 lo Stato rimborsa all’Ipngi gli ammortizzatori sociali, senza considerare per nulla il passato.

Quarto argomento: in base alla legge Rubinacci del 1951, l’Inpgi è “Ente sostitutivo dell’assicurazione obbligatoria”. In quella legge si afferma che gli editori avrebbero dovuto versare all’Inpgi la stessa entità di contributi stabilita per l’Inps. In realtà, gli editori hanno versato sempre meno e il sindacato non è riuscito ad opporsi. Secondo un calcolo qui c’è un miliardo di mancati incassi per gli Inpgi, cioè gli editori hanno risparmiato un miliardo rispetto alla contribuzione che avrebbero dovuto versare all’Inps.

Quinto: lavorano come giornalisti circa tremila co.co.co., lavorano in grandi aziende giornalisti senza contratto giornalistico, e poi giornalisti nelle reti tv non equiparate a testate giornalistiche, finti programmisti registi, finte partite iva, finte cessioni di diritto d’autore, migliaia di “comunicatori” occupati a tempo pieno negli uffici stampa privati e pubblici. Tutti mancati contributi all’Inpgi.

La situazione Inpgi va avanti lentamente verso un baratro. Come spesso accade, il problema finirà sul tavolo a poche ore dalla deflagrazione. Così come non si doveva arrivare a questo punto drammatico, sarebbe bene utilizzare i giorni che mancano per far valere le sostanziose rivendicazioni che l’Inpgi può fare prima di soccombere. Forze politiche ed editori hanno spremuto l’Ente, Inpgi ha speso per conto dello Stato e degli editori, ora non si può assistere al suo fallimento senza lottare.

Il tema pensioni è legato senza dubbio all’allargamento della platea dei contributori. E l’allargamento dei contributori è legato all’ingresso nella professione delle nuove figure digitali. Perché le assunzioni tradizionali non ci sono più e quindi il sistema pensioni così com’è non regge.

Tutto questo coinvolge l’Ordine (ridefinire la professione) e il sindacato (varare un nuovo contratto).

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