Programmisti registi e attività di Urp non sono lavori giornalistici. La Cassazione sconfessa l’Inpgi in due sentenze

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La sede del Inpgi, l'Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani "Giovanni Amendola" in via Nizza. - Foto da ufficio stampa Odg

Due sconfitte legali a distanza di pochi giorni una dall’altra per l’Inpgi. La prima sentenza contraria l’ente previdenziale dei giornalisti, l’ha subita contro la Rai, la seconda contro la Regione Lazio. In entrambi i casi la corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di ottenere il pagamento dei contribuiti pensionistici da parte delle aziende per lavoratori con mansioni affini a quelle giornalistiche.

Programmisti non sono giornalisti – La prima sentenza, destinata a suscitare discussione nella categoria, riguarda un gruppo di dipendenti Rai, assunti con rapporti di lavoro a tempo indeterminato e con mansioni di programmista regista. Secondo i giudici del Palazzaccio questi lavoratori non svolgono lavoro giornalistico, per cui l’Inpgi non potrà ottenere il pagamento dei contributi previdenziali richiesti.

Secondo quanto riporta Pierluigi Roesler Franz in un articolo su Giornalistitalia.it, la sezione lavoro della Suprema Corte, presieduta da Umberto Berrino, con ordinanza n. 572 dell’11 gennaio 2022, ha accolto le tesi dei legali dell’ente radiotelevisivo, respingendo definitivamente un ricorso dell’Inpgi contro la precedente decisione emessa sei anni fa dalla Corte d’appello di Roma che aveva convalidato quella del tribunale del lavoro della capitale.

I giudici di appello avevano, tra l’altro, sostenuto che la qualifica di giornalista andrebbe attribuita soltanto ai quei lavoratori che fanno parte di testate giornalistiche, o che, comunque, sono inseriti in programmi al cui prodotto giornalistico partecipano.

Nella sentenza la Cassazione ha ribadito che “in tema di lavoro giornalistico, ai fini della sussistenza dell’obbligo di iscrizione all’Inpgi è necessario che ricorrano due requisiti, tra loro concorrenti e non alternativi, quali l’iscrizione all’Albo dei giornalisti (elenco professionisti, elenco pubblicisti e/o registro praticanti) e lo svolgimento di attività lavorativa riconducibile a quella professionale giornalistica presso il datore di lavoro chiamato a versare i contributi”.

Oltre a perdere la causa l’ente di via Nizza dovrà anche rimborsare 8 mila euro per le spese legali sostenute dalla Rai.

Urp non non è attivtà giornalistica – Due giorni dopo, il 13 Gennaio, una nuova sentenza della suprema Corte, presieduta sempre da Umberto Bellino, ha decretato una nuova sconfitta legale dell’Inpgi. In questo caso la Cassazione ha dato ragione alla Regione Lazio, non ritenendo giornalistica l’attività svolta da tre lavoratori all’interno dell’Ufficio relazioni con il pubblico dell’Agenzia regionale parchi e cancellando il decreto ingiuntivo dell’ente pensionistico dei giornalisti.

Secondo i giudici di Piazza Cavour a Roma, le mansioni svolte dai tre dipendenti della Regione Lazio all’interno dell’Urp aziendale, sono diverse e non sovrapponibili a quelle dell’Ufficio Stampa, disciplinate dall’art. 9 della stessa legge 150.
Come scrive ancora Pierluigi Roesler Franz, i supremi giudici hanno, così, confermato definitivamente la decisione emessa sette anni fa dalla Corte d’appello di Roma che, annullando il precedente verdetto del tribunale, aveva interpretato l’art. 8 della legge sulla stampa n. 150 del 2000 che regola le attività d’informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni.

In particolare è stata richiamata la recente sentenza n. 21764 del 2021 delle Sezioni Unite Civili del “Palazzaccio” di piazza Cavour (massimo organo interpretativo del diritto in Italia), che ha affermato la regola di portata generale – che prescinde dalla natura pubblica o privata del datore di lavoro e dal contratto collettivo applicabile al rapporto – secondo cui è solo l’attività svolta nell’ambito dell’ufficio stampa di cui alla legge n. 150 del 2000, per la quale il Parlamento ha richiesto il titolo dell’iscrizione all’albo professionale dei giornalisti ed ha previsto un’area speciale di contrattazione con la partecipazione delle organizzazioni sindacali dei giornalisti, che ha natura giornalistica e, di conseguenza, comporta l’iscrizione all’Inpgi. L’ente di via Nizza dovrà anche pagare 5 mila euro di spese legali alla Regione Lazio.

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