Pulitzer 2018. Russiagate e caso Weintstein dominano i premi

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Il Russiagate e lo scandalo delle molestie sessuali sulle attrici scaturite dal caso Weinstein sono i temi al centro dei premi Pulitzer 2018, annunciati lunedì scorso alla Columbia University. Queste due notizie sono valse due riconoscimenti al New York Times (Cronaca locale e Pubblico servizio) ed uno al Washington Post (Cronaca locale). Il Washington Post ha portato a casa anche un altro importante riconoscimento: quello per il giornalismo investigativo.

Il quotidiano del Watergate, inoltre, si è aggiudicato un secondo pulitzer nella sezione dedicata al giornalismo investigativo per aver messo in luce le accuse di molestie sessuali contro il candidato repubblicano al Senato in Alabama Roy Moore da parte di donne, una delle quali all’epoca era ancora minorenne. Le rivelazioni portarono alla vittoria del rivale democratico Doug Jones, nonostante il seggio lasciato libero dal ministro della giustizia Jeff Sessions fosse storicamente nelle mani dei repubblicani e nonostante Moore avesse ottenuto l’appoggio in extremis dello stesso Trump.

Una scelta, quella della giuria, che va decisamente contro la linea della Casa Bianca dal momento che, sia il Russiagate sia l’inchiesta su Moore, sono stati pesantemente criticati come “fake news” dal presidente Trump.

I vincitori “mostrano la forza del giornalismo americano durante un periodo di crescenti attacchi fisici, sfide finanziarie e una raffica di critiche da parte del presidente Trump”, ha detto Dana Harvey, la nuova amministratrice dei prestigiosi premi che rappresentano l’equivalente degli Oscar per il mondo dei media.

Il New York Times ha vinto anche un terzo Pulitzer andato a una serie di cartoni che hanno raccontato l’odissea di una famiglia di profughi siriani all’ingresso negli Usa, un altro tema che ha visto il quotidiano americano in rotta di collisione con la Casa Bianca.

Arizona Republic e Usa Today hanno vinto con una serie di servizi sul muro che Trump vorrebbe costruire al confine con il Messico, nella sezione Explanatory Reporting ovvero del “giornalismo che spiega le cose”.

Il premio per la “Cronaca locale” è andato alla redazione del “Cincinnati Enquirer” per i suoi articoli sull’abuso di farmaci antidolorifici ed eroina in Ohio. L’abuso di farmaci a base di oppioidi negli Stati Uniti uccide più delle armi e degli incidenti stradali.

A Clare Baldwin, Andrew R. C. Marshall e Manuel Mogato dell’agenzia internazionale Reuters, è stato assegnato il premio per la cronaca internazionale, per come hanno raccontato e documentato gli abusi e le violenze della polizia filippina sotto il governo del presidente Rodrigo Duterte.

Nella sezione “Storie e approfondimenti” ha vinto Rachel Kaadzi Ghansah per il suo ritratto di Dylann Roof, il ragazzo che nel 2015 uccise nove persone afroamericane dentro una chiesa di Charleston, in South Carolina. L’articolo, intitolato “A Most American Terrorist: The Making of Dylann Roof”, è stato pubblicato da GQ.

A John Archibald dell’Alabama Media Group è andato il Pulitzer per la sezione “Opinioni” per come ha saputo combinare rilevanza locale e nazionale, onestà intellettuale e integrità morale, soprattutto rispetto al caso Roy Moore.

Il permio per la “Critica” è andato al critico d’arte del New York Magazine, Jerry Saltz. Quello per gli “Editoriali”, invece a Andie Dominick del Des Moines Register, il principale giornale dell’Iowa, per una serie di editoriali sul sistema sanitario statunitense.

Infine, i due premi riservati alle fotografie sono andati a Ryan Kelly del Daily Progress, nella sezione Fotografia di breaking news, per aver fotografato il momento in cui un’auto guidata da un suprematista bianco ha investito la folla e ucciso una donna a Charlottesville, in Virginia. Kelly ha scattato la foto nel suo ultimo giorno di lavoro; oggi fa il social media editor per un piccolo birrificio di Richmond, Virginia.
Per i “Servizi fotografici” il Pulitzer è andato all’intero staff di fotografi dell’agenzia Reuters per il loro lavoro nel mostrare le persecuzioni e la fuga delle persone rohingya in Myanmar. Due fotografi di Reuters sono in carcere da luglio in Birmania proprio per via del loro lavoro.