Quattrocento automobilisti uccisi dalla polizia in Usa: Pulitzer per la cronaca

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Il logo dei premi Pulitzer

di Michele Concina Il premio più prestigioso l’ha vinto il Washington Post, ma giocava in casa. Si è aggiudicato il Public Service Prize, il Pulitzer per il giornalismo al servizio del bene pubblico, per i servizi con cui ha raccontato la sommossa dei sostenitori di Donald Trump, il sanguinoso assalto al Congresso del 6 gennaio 2021; e i suoi esiti politici e giudiziari. “Un resoconto imperdibile e vivido che ha consentito al pubblico di comprendere in modo approfondito e incontestabile uno dei giorni più tragici nella storia del Paese”, proclama la motivazione. Non solo cronaca, ma analisi anche impietosa. Basta riguardare un titolo dell’8 gennaio: “Disperati, furibondi, distruttivi: come degli americani si sono tramutati in una marmaglia”.

Iraq e Siria – Per il resto, anche nell’edizione 106 dei premi Pulitzer svetta il New York Times. Come è naturale, dopo tutto, in un mercato che il quotidiano di Manhattan domina ormai senza rivali, con dieci milioni di abbonati, in gran parte digitali. Suo il premio per la cronaca internazionale, “per il lavoro coraggioso e instancabile che ha rivelato la grande quantità di vittime civili nei raid aerei condotti dagli Stati Uniti in Iraq, Siria e Afghanistan, smentendo le cifre ufficiali delle forze armate Usa”.

Ancora più inquietante è il servizio con cui una piccola squadra investigativa del NYT – David Kirkpatrick, Steve Eder, Kim Barker e Julie Tate – ha portato a casa il premio per la cronaca nazionale. Si tratta di un’attenta, equilibrata e meticolosa inchiesta sugli automobilisti disarmati uccisi dalla polizia dopo essere stati fermati per infrazioni ridicole: avevano un fanalino rotto, avevano superato leggermente la linea gialla di mezzeria. Oppure avevano in mano qualcosa che un poliziotto ha scambiato per un’arma: un telefono, un sacchetto di panini, una sigaretta.

In maggioranza neri – Il giornale li ha contati uno a uno, ha esaminato tutti i loro fascicoli e raccolto testimonianze. Sono più di 400 morti innocenti in cinque anni. Molti neri, e figuriamoci, ma anche il biondissimo diciassettenne John Albers, colpito a morte perché un agente si era sentito minacciato dall’auto con cui usciva dal vialetto di casa alla folle velocità di cinque chilometri l’ora. C’è chi è stato ucciso per non costringere la polizia a pagare il conto del carrozziere: nel 2017 uno sceriffo del Tennessee, senza rendersi conto di venire registrato, ha ordinato ai suoi agenti: “Sparategli, non tagliategli la strada. Altrimenti si rovinano le mie macchine”. Tutto questo, nella più assoluta impunità: su quei 400 e passa casi, solo cinque hanno portato a rinvii a giudizio. Il Times ha dimostrato che per gli agenti è sufficiente sostenere che in quel momento temevano per la propria incolumità per cavarsela senza neppure una nota di demerito. “Centinaia di morti che si sarebbero potute evitare”, scandisce la motivazione del premio.

Veleni e batterie – Anche altri Pulitzer 2022 sono andati a giornalisti e testate, spesso locali, che hanno saputo schierarsi a difesa degli interessi collettivi: al Chicago Tribune per un’inchiesta sulle violazioni delle norme antincendio, costate anche in questo caso parecchie vite umane. Al Tampa Bay Times per le rivelazioni sui veleni sprigionati da un impianto per il riciclaggio delle batterie d’auto. Al Miami Herald per le storie sul crollo di un grande edificio residenziale. Agli editorialisti dello Houston Chronicle per la campagna contro i tentativi delle autorità texane di limitare il diritto di voto. C’è anche un premio per i reportage che usano grafica e fumetto; lo ha vinto la rivista Insider, con il racconto delle persecuzioni subite da una ragazza uigura in uno dei campi di “rieducazione” del governo cinese.

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