Quella “Passionaccia” di Mentana fatta di cronaca e di coerenza

0
142

 

Il passato del direttore del tgLa7, Enrico Mentana, emerge con chiarezza nelle 189 pagine della “Passionaccia” (edito da Rizzoli). Gli inizi nel 1979, a soli 24 anni, in Via Teulada dove giunse nella palestra di Emilio Rossi con l’etichetta di giovane socialista. La prima conduzione al Tg1 (a 27 anni) con direttore Emilio Fede. La chiamata alle armi dei socialisti del Tg2. Poi il bigliettino fatto scivolare nelle sua mani da Gianni Letta per fondare (il 13 gennaio 1992) a soli 36 anni il Tg5. Tredici anni di “telegiornale ecumenico” – come gli aveva raccomandato il Cavaliere – con tanta cronaca e politica ai minimi. “Parla come mangi” e “la storia siamo noi” i motti della redazione capitolina. Il sorpasso, all’esordio, sul Tg1 di Bruno Vespa e poi l’interminabile cavalcata di tangentopoli, passando per l’imperdonabile errore sul metodo Di Bella e per la fierezza per quegli editoriali sulle guerre preventive a Milosevic e Saddam firmate D’Alema e Berlusconi. Un’avventura, quella del Tg5, terminata l’11 novembre 2004 “senza neanche un’intrusione aziendale”. Poi la scommessa “Matrix”, 400 puntate (a braccio), lasciandosi andare – come consigliava Parenti – e ridendo spesso, per primo (e da solo) alle proprie battute. Infine – ma a quel punto le intrusioni aziendali sull’ospite Antonio Di Pietro erano giunte eccome, l’addio il 9 febbraio del 2009.

“Su Englaro ho scelto di non abbozzare”, taglia corto Mentana, “un addio per dovere di cronaca (e di coerenza)”. “Un addio consumato in mezz’ora. Lasciare la direzione editoriale è stata una scelta di dignità “. Un libro alla scoperta di Mentana e della sua “Passionaccia” per il giornalismo. Il lavoro più bello, una febbre d’adrenalina. Guai prendere partito ed arruolarsi – avverte – sarebbe una zavorra di libertà : “Solo un fesso può pensare che il Cavaliere abbia sempre ragione o sempre torto”. Utile invece dotarsi di una bussola di valori, di autoironia e sgombrare la mente da preconcetti. Una “Passionaccia” che senza il caso, il destino e la fortuna non può bastare. Ma per Chicco l’informazione da noi non gode certo d buona salute. “Accanto alle poche isole felici, alle avventure individuali, alle botteghe artigiane di grandi inchieste, il panorama ci mostra redazioni sempre più simili ai call center, giornalisti dediti al copia e incolla, direttori più attenti a direttive superiori e agli equilibri interni che a pensare un giornale sorprendente”. E il sonno dell’informazione – avverte – genera mostri, giornalisti avidi di potere che mimano il mestiere: è la stampa in crisi bellezza.

Un Mentana appassionato giornalista e spassionato cittadino, che da metà anni Novanta si prende il lusso di non andare più a votare, tranne che nel 2006 quando scelse La Rosa nel Pugno salvo pentirsene. Ma soprattutto un libro per spiare dall’interno del “Biscione” tutte le mosse che portarono Berlusconi alla “discesa in campo a difesa dell’impero”. “Un calice amaro”, lo definisce Mentana, da sorseggiare a piccoli sorsi in quelle riunioni mensili ad Arcore. “Scenderà in campo solo se costretto”, ripeteva il Cavaliere, ma i suoi occhi “già  sprizzavano eccitazione: guardavano lontano, alla guida del paese, ai grandi vertici internazionali, all’immunità, alla fine dei debiti”. Scorrendo le pagine sembra dunque giunto il momento per Mentana di togliersi qualche sassolino dalle scarpe e di prendersi una piccola rivincita.

Ricorda “il fastidio e la crescente insofferenza di Indro al cospetto dell’alfiere del fronte moderato”. Gli editoriali di Paolo Bonaiuti a difesa dello stesso Montanelli; le invettive di Giuliano Ferrara sulla incompatibilità tra Mentana e Berlusconi. Ma il sasso più grosso riguarda quella cena del 21 aprile del 2008. Al Baretto di Via Senato a Milano c’era tutto il gotha Mediaset. Berlusconi aveva trionfato alle politiche e la cena – ricorda Mentana – fu “malinconicamente istruttiva”, “la cena del ringraziamento elettorale”. Per la prima volta si sentì davvero “fuori posto”. Alle 4.37 del mattino scrisse un’e-mail al “vecchio Confa”, “il garante della polifonia del Gruppo” che tante volte gli aveva salvato la pelle: “Non mi sento più di casa in un Gruppo che sembra un comitato elettorale, mi aiuti ad uscire, lo farà in punta di piedi”. A suo modo Fidel l’ha fatto un anno dopo.

Approfondimenti