Quella “raivoluzione” di Minoli che piace ai “barbari”

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Tg Rai obsoleti, da trasformare in approfondimenti di 10 minuti inseriti in un canale all news; recuperare la funzione pedagogica del servizio pubblico; riportare le produzioni all’interno dell’azienda e sradicare la stratificazione di burocrati invincibili che commissionano i programmi ai soliti esterni; sfoltire l’organico, con oltre 5000 esuberi, per “togliere le metastasi”. E adottare anche nella tv di stato il “modello Marchionne”: ritorno alle competenze e per fare esplodere tutte le potenzialità e la bellezza del Made in Italy. Eccola, spiattellata su “Libero”, la “Raivoluzione” che ha in mente Giovanni Minoli. L’ex anchorman Rai – che in passato ha contestato con insistenza il canone Rai in assenza di un preciso piano editoriale – è in corsa per il cda. E la sua “Raivoluzione” sembra sia condivisa anche dall’esecutivo giallo-verde.

“Ha parlato del suo progetto di Rai con i ‘nuovi barbari’, Lega e 5 Stelle?”, gli chiede Francesco Specchia. “Ne ho parlato a fondo sia con Salvini che con Di Maio. E soprattutto con Giorgetti. Mi pare che tutti siano d’accordo sull’indirizzo che deve prendere la rivoluzione. Certo, poi non posso dirti se una volta arrivati al potere entrino nella solita ottica spartitoria, le scelte degli uomini sono sempre insondabili quando si tratta del cambiamento…”. Un Minoli che punta al settimo piano, per poi accomodarsi sullo scranno più alto. “Il dg lo nomina il cda. E lo può fare anche un membro del Consiglio, mica è vietato…”. Ed ha ragione Minoli: tra i sette consiglieri d’amministrazione ci saranno il presidente e l’ad.