Rai: grido d’allarme di Stefano Coletta: “Mancano autori tv”

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Stefano Coletta, foto da streaming

Lavora in Rai da trent’anni; è assunto da venti; ha fatto la gavetta; ha ricoperto tutti i ruoli; ha una storia di prodotto alle spalle; è un artigiano dei format; un ragioniere del palinsesto tattico e uno studioso dei target; lavora (in gruppo) in modo maniacale e appassionato; e ora è approdato alla guida dell’ammiraglia. E se l’allarme lo lancia lui, bisogna prestare parecchia attenzione. Stiamo parlando di Stefano Coletta, che in audizione in commissione di Vigilanza sulla Rai ha parlato di carenza di autori televisivi nel servizio pubblico. Un aspetto utile a spiegare il frequente ricorso – non senza polemiche – ai produttori esterni. “Da molti decenni – ha premesso – si è persa un’attenzione alla riqualificazione e alla formazione di chi lavora nel prodotto tv. Siamo capaci di fare informazione e inchiesta, ma la parte creativa è carente”. C’è “un vulnus creativo”. “Io e pochi altri rappresentiamo una piccola quota privilegiata che ha fatto sempre quel mestiere. Ma non l’abbiamo ampliata. Una categoria che cura l’idea, il racconto, portatori di linguaggi che non siano soltanto giornalistici”. “Mi auguro che si possa aprire in Rai uno spazio non solo alle figure giornalistiche”. Un bel concorso per autori tv?

L’ANNO PANDEMICO – Un Coletta che ha ripercorso il suo primo anno a Rai1. Un “anno pandemico”, lo ha definito, che ha “paralizzato intrattenimento e fiction”. E e ha privato la Rete anche del grande calcio. Un anno in cui “le regole e le cose necessarie sono diventate più importanti delle idee”. E quindi spazio alla messa del Papa al mattino, al day time affidato ai giornalisti e a una valanga di repliche. “Un anno che vale dieci anni di professione, con al primo posto la sicurezza sanitaria”. E in cui comunque Rai1, “che doveva perdere tre punti di share” ha guadagnato sul 2019. E questo nonostante una “macro riduzione del budget di 20 milioni”. Una Rete in cui lavorano 526 persone e che “utilizza il 95% delle risorse”. “Produciamo – ha rivendicato – il 95% internamente”. Ma c’è una “saturazione di forze, una saturazione anche tecnico-produttiva. E per alcuni generi siamo obbligati a ricorrere a risorse esterne”. Mancano gli autori, insomma, e anche i tecnici…

I BASTA DI COLETTA – Quindi, spingendosi oltre il coprifuoco delle 22 in una Vigilanza che piano piano perdeva pezzi, Coletta ha pronunciato i propri basta. Basta, ad esempio ad Alan Friedman, che su Ra1 ha definito Melania Trump una excort: “Orrenda la locuzione linguistica utilizzata da Alan Friedman”, ha precisato. “Immediatamente ho chiesto ai vicedirettori e ai dirigenti di non ospitarlo più. Non si possono tollerare nel rapporto uomo-donna, nella quota rappresentativa delle diversità, falsi incidenti. Un incidente che non è ammissibile”. Basta poi a quei suoi collaboratori che girano le sue mail quasi in tempo reale a Dagospia. E basta alla doppia conduzione di UnoMattina. “Le conduzioni binarie – ha argomentato – sono poco contemporanee. Ho parlato con Carboni e Salini. Bisogna separare gli spazi. È desueto che due identità possano convivere per dare un prodotto coerente. Non è stato possibile farlo per mancanza di risorse, ma sarò tenace. Il modello mixato, fatto di identità diverse porta a un racconto frammentato. Inseguo la possibilità che la Testata e la Rete possano dare due prodotti contigui ma diversi”. E basta infine alla direzione artistica di Sanremo a un esterno. “Nella storia di Sanremo la direzione artistica è sempre stata interna. Il cambiamento è avvenuto pochi anni fa con Claudio Baglioni. Penso che la Rai possa tornare all’idea di una internalizzazione della direzione artistica, perché la Rai ha un quadro economico diverso e penso che solo così si possa superare – ha concluso Coletta – una complessità che non è solo artistica ma anche manageriale”. E tanti saluti a Lucio Presta e Amadeus…

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