Rai: Natale, De Matteis Tortora e Laganà. Una poltrona per tre

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Giovedì 19 luglio la Rai (dalla mezzanotte alle 21) porterà al voto telematico circa 11.600 dipendenti. In sostanza tutti i lavoratori di Rai Spa a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato che hanno comunque i requisiti per votare. Dovranno scegliersi il loro consigliere d’amministrazione per i prossimi tre anni. E i candidati rimasti in corsa – con il ritiro del segretario Snater Piero Pellegrino e dell’avvocato Emidio Grottola (entrambi con indicazione di voto a favore di Riccardo Laganà) sono 13. 1) Roberto Natale (candidato dall’Usigrai); 2) Stefano Ciccotti (candidato dall’Adrai); 3) Gianluca de Matteis Tortora (candidato da Cgil, Cisl, Uil, e Ugl); 4) Maurizio Fattaccio (candidato da Libersind); 5) Ferdinando Clemenzi (segretario Snap); 6) Riccardo Laganà (fondatore di IndigneRai); 7) Lorenzo Mucci (dirigente) ; 8) Alessandro Currò (uff. legale Rai, che il curriculum l’ha mandato anche al Parlamento); 9) Roberta Enni (direttrice Rai Gold); 10) Alessandra Paradisi (vicedirettore); 11) Irma Bono (gruppo pari opportunità Milano) 12) Fabrizio Carletti (produzione Tv) 13) Angelo Costantini (Funzionario). Una corsa nella quale i bookmaker di Viale Mazzini indicano tre favoriti: Natale, De Matteis Tortora e Laganà. Ma comunque vada, per la Tv di Stato questa è un’occasione persa.

Le tre settimane di campagna elettorale, infatti, sono state contrassegnate da veleni, accuse reciproche tra i candidati, e soprattutto dall’assenza assoluta di regole chiare che potessero consentire una vera e propria “par condicio”. L’azienda inizialmente ha concesso ai candidati una e-mail dedicata (nome.cognome.candidato@rai.it) senza limiti d’invio aggiungendo delle mailing list di riferimento. Quanta grazia… Poi ha aggiunto la possibilità, per ciascun candidato, di pubblicare un paio di video di presentazione della durata massima di 5 minuti (da passare al vaglio della commissione prima di essere pubblicati). Quindi, con colpevole ritardo, ha chiarito l’impossibilità di avvalersi di agibilità sindacali per incontrare i dipendenti e allo stesso tempo ha concesso “permessi orari” ai candidati (“fatte salve le esigenze organizzativo-produttive dei settori di inquadramento”) che impediscono di fare una campagna elettorale nei vari cespiti aziendali sul territorio. Cosa che avvantaggia chi i permessi non ha problemi a procurarseli, ovvero i candidati dirigenti.

Ma il colpo di scena c’è stato ieri. Venerdì 13 luglio – sollecitata più volte alla “par condicio” da numerose mail dei candidati – l’Azienda si è decisa a consentire l’utilizzo di cespiti aziendali per comizi e ad autorizzare una diretta streaming per un confronto tra i candidati. Cosa, quest’ultima, che LoSpecialista.tv aveva suggerito già all’inizio di questa difficile campagna elettorale. Il problema è che la segreteria tecnica vincola tale possibilità, “all’adesione di tutti” aggiungendo che serve l’indicazione “puntuale del nominativo del moderatore, della durata, delle modalità di svolgimento e di interazione e di ogni altro opportuno dettaglio operativo”. Adesione di tutti i candidati che naturalmente non è arrivata. Come la politica insegna, i confronti tra “leader” non vanno più di moda. E anche la Rai, purtroppo, ha imparato in fretta. E almeno in quattro su 13, a quando si apprende, hanno negato l’assenso. Niente talk con le sedie vuote, insomma, dando la possibilità a chi lo volesse di confrontarsi. E per i dipendenti Rai niente confronto. Davvero un peccato.

Intendiamoci. Quelli dell’utilizzo dei cespiti aziendali per comizi e della diretta streaming sono contentini elettorali del vertice aziendale – raccontano i ben informati – per mettersi al riparo da contestazioni formali anche all’indomani dell’elezione. Concessioni fatte in extremis suggerite dai legali, insomma, con l’avallo presidenziale e un cda già in ferie. Comunque vada il 19 luglio, insomma, sarà un’occasione perduta per l’azienda. Per la prima volta i lavoratori potevano indicare – con procedure chiare e con parità di condizioni – un loro rappresentante in cda. E l’individuazione ab origine di un nome condiviso avrebbe raccolto migliaia di voti spingendo il dipendente fino alla presidenza del Gruppo e mettendo la politica con le spalle al muro. Al termine della partita invece in cda ci finirà un candidato “azzoppato” dalle polemiche interne, magari con qualche ricorso sul groppone e senza alcuna possibilità vera di incidere sul futuro dell’Azienda. Esattamente quello che voleva il Palazzo…