Rapporto dell’Ong Avaaz – La rassegna del 20 aprile

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“Dai morti in più al Dna alterato Facebook non filtra le fake news” (Repubblica p.13). La disinformazione sul Covid in Europa avrebbe una corsia preferenziale, almeno su Facebook. A sostenerlo, l’ultimo rapporto dell’organizzazione non governativa Avaaz che si è spesso scagliata contro la gestione dei contenuti da parte dei social network. Stavolta emergerebbe una netta disparità fra gli interventi per bloccare le bufale sulla pandemia negli Stati Uniti e quelli invece avvenuti in altri Paesi come l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Francia. Il tutto, ed è bene tenerlo presente, mentre i commissari europei Věra Jourová (Valori e trasparenza) e Thierry Breton (Mercato interno), stanno lavorando sulle nuove linee guida del codice di buone pratiche sulla disinformazione che verranno imposte ai colossi del Web. «Non si tratta di una analisi quantitativa ma qualitativa», racconta Luca Nicotra, che ha guidato l’indagine di Avaaz. “I risultati sono simili a quelli che abbiamo riscontrato lo scorso anno, quindi i passi avanti sono stati relativi. Anzi, c’è stato un leggero peggioramento, soprattutto nelle lingue come l’italiano”. In dettaglio sono stati analizzate 23 differenti tesi del tutto fasulle in 135 post che sono stati visualizzati da milioni di persone. La più ardita, apparsa il 3 gennaio, sosteneva che Bill Gates si fosse convinto che i vaccini avessero già provocato la morte di 700mila persone. Un’altra affermava che diversi dottori erano certi che i vaccini alterassero il Dna, un’altra ancora che l’obbligo della mascherina fosse dovuto dall’acquisto in massa ed in eccesso delle stesse da parte degli Stati. Secondo Avaaz, mentre in inglese solo il 29 per cento dei post che hanno diffuso simili teorie è riuscito a superare le barriere di Facebook, sia quelle automatiche basate sull’analisi dei testi da parte dell’intelligenza artificiale sia quella dei moderatori, per l’italiano si arriva al 69 per cento. Segue il francese con il 58 per cento, il portoghese con il 50 e lo spagnolo con il 33. Ma che l’intelligenza artificiale sia più abile sull’inglese non è una scoperta di oggi. Gli algoritmi, compresi quelli di Facebook, sono addestrati in primo luogo su quella lingua per la quale esistono molti più testi.