Repubblica, precario da 20 anni chiede “stabilizzazione”: contratto non rinnovato

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Maurizio Molinari da un anno alla direzione di La Repubblica - Foto da streaming

da Professionereporter.eu Uno dei 90 precari de la Repubblica manda una diffida all’azienda tramite un avvocato del sindacato dei giornalisti. Chiede la “stabilizzazione” del suo rapporto di lavoro, dopo venti anni di contratti a tempo determinato nella redazione di Palermo del giornale fondato da Scalfari e ora diretto da Maurizio Molinari. “Dopo la diffida – scrive il Coordinamento dei precari di Repubblica – a quel collega non è stato rinnovato il contratto Co.co.co, in scadenza al 31 dicembre 2021. Ma chiedere il riconoscimento dei propri diritti, ovvero la stabilizzazione del rapporto di lavoro dopo oltre vent’anni di precariato – mascherato da lavoro autonomo – non è un’azione di lesa maestà nei confronti degli editori”.

Dopo lustri – Secondo il Coordinamento stanno aumentando i casi di colleghi cui viene annunciato, per la prima volta dopo lustri, la volontà dell’editore di non rinnovare il contratto dopo il 31/12/2021: parliamo di Co.co.co. strutturati e rapporti di lavoro che vanno avanti anche da oltre 20 anni”.

Il Coordinamento ricorda che da due anni chiede all’azienda (Gruppo Gedi, presieduto da John Elkann) un incontro, senza ricevere risposte: “Il nostro obiettivo era e resta avviare un tavolo di confronto sul lavoro precario all’interno di tutte le redazioni di Repubblica”. E ricorda che Repubblica dedica pagine e articoli a difesa dei lavoratori.

Al suo fianco – Il Coordinamento confida che a livello regionale e nazionale il sindacato dei giornalisti sarà al suo fianco “per difendere la lotta e le rivendicazioni in difesa della dignità della professione e del diritto del lavoro”. C’è anche la richiesta al Comitato di redazione di Repubblica di prendere posizione e “a colleghe e colleghi di Repubblica, con cui lavoriamo tutti i giorni, di sostenere la battaglia dei precari storici”.

Il Coordinamento si dichiara “pronto a valutare ogni forma di lotta e se fosse necessario anche a dichiarare lo stato di agitazione”.

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