Repubblica, un anno di Molinari: digital Hub e “Secondo Risorgimento”

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Maurizio Molinari da un anno alla direzione di La Repubblica - Foto da streaming

di A.G. Professione reporter – E il 25 aprile ci fu uno scatto. In prima pagina, Maurizio Molinari firma un pezzo che chiama la Liberazione “Secondo Risorgimento”, citando Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa, ucciso dalle Br nel 1977. Parla di due partigiani giovanissimi, Arrigo Paladini ed Enrico Loewenthal, e della Repubblica partigiana dell’Ossola.

A un anno dal suo insediamento al comando del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, ridà così un poco di fiato ai lettori storici, agli eredi del Partito d’Azione, del socialismo radicale, dell’antiberlusconismo, del pensiero laico.

Com’è Repubblica dopo un anno di Molinari? Un po’ più “inglese” della sua tradizione, un po’ meno ideologica (atlantismo e posizioni filo-Israele a parte). Un po’ meno di sinistra. Il settimanale di Londra The Economist, illuminista e rigoroso, è il modello che John Elkann ha indicato al suo arrivo nella proprietà del giornale, cinque mesi prima di nominare Molinari. D’altronde, Elkann ha comprato anche The Economist.

Società capogruppo – Una delle innovazioni principali è stato il lancio dei cosiddetti Hub, siti e inserti costruiti in sinergia fra Repubblica e Stampa, con giornalisti dei due quotidiani spostati nella società capogruppo, Gedi: Green and Blue, Scienze, Salute, Moda, Gusto. In arrivo, Motori e Tecnologia.

Gli Hub rientrano nella parola d’ordine “Digital First”. Il 9 aprile scorso, in prima pagina, Repubblica ha proclamato di essere “il primo quotidiano online in Italia”: “Le rilevazioni Audiweb di gennaio 2021 certificano il primato, con 3 milioni e 705 mila utenti unici al giorno: il 23% delle persone che cerca informazione in Rete lo fa sul sito di Repubblica. Tutti i siti delle testate e delle radio Gedi hanno raccolto 30 milioni 370 mila utenti nel mese, il 68 per cento dell’audience Internet”. Al Corriere della Sera sono invece convinti di essere loro in testa a questa classifica, ma per ora non hanno fatto smentite, correzioni, contro-citazioni.

La Repubblica di Molinari ha sostituito il protagonismo politico con molte storie, italiane ed estere. Un giornale da leggere, senza la ricerca a tutti i costi delle esclusive, com’era ai tempi di Ezio Mauro. Molinari pochi giorni dopo il suo arrivo disse no alla richiesta del Cdr -ai sensi del contratto di lavoro- di pubblicare un comunicato. Il documento criticava come Repubblica aveva trattato la vicenda del prestito con garanzia pubblica chiesto da Fca (già Fiat). Seguirono assemblee e dimissioni del Cdr. Le relazioni si sono poi distese. È stato, fra l’altro, introdotto il buon costume di spiegare, ogni volta che si cita Elkann o Gedi, Fca o Stellantis, che si tratta della proprietà “del giornale che state leggendo”. Il direttore, a differenza di Scalfari e Mauro, interviene molto, intervista l’ambasciatore degli Emirati in Usa sugli “Accordi di Abramo”, Andrea Agnelli sulla Super Lega, il candidato presidente del Libano, Saad Hariri.

Meno ottantaseimila – Le copie? Molinari ha preso Repubblica nell’aprile 2020 a 188.646 giornaliere (carta più abbonamenti digitali) e a febbraio 2021 (ultimi dati disponibili, fonte Primaonline) è a quota 174.057. Meno 5,7 su febbraio 2020, contro il meno 4,7 del rivale Corriere della Sera, che vende però 260.760 copie al giorno, 86mila più di Repubblica (erano 83mila in più ad aprile 2020).

Una posizione politica forte, come già detto, Repubblica la tiene, l’atlantismo filo israeliano, causa dell’addio del principe degli inviati, Bernardo Valli. A titolo di cronaca, si può annotare che i nostalgici della Repubblica di Scalfari e Mauro, chiamano Molinari, sussurrando, “il colono dei Territori occupati”. Così come i nostalgici di De Benedetti chiamano Elkann “Romolo Augustolo”, che fu l’ultimo imperatore romano d’Occidente.

Il 23 aprile 2020, primo giorno della direzione di Molinari a Repubblica, fu anche il giorno della brusca rimozione del direttore precedente, Carlo Verdelli. In quel momento Verdelli era oggetto -a causa di inchieste e prese di posizione- di una campagna fascista che gli augurava, con vari mezzi, la morte. Verdelli chiuse il fondo di saluto con la frase: “Partigiani si nasce e non si smette di esserlo”. Il 23 aprile 2021 l’ha ribadito in un tweet.

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