Se anche Travaglio critica (un po’) il “Codice Rocco”

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Da mesi nell’informazione politica italiana è entrato in vigore il “Codice Rocco”. Lo ha scritto, o meglio riadattato dall’epopea berlusconiana e renziana, il responsabile della comunicazione del M5S, Rocco Casalino, ora portavoce del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Come funziona? Semplice. Basta con il vecchio adagio di Beppe Grillo: guai a mandare i nostri nei talk. Nei “salotti” e nelle “arene” televisive bisogna andarci eccome. Ma il “cast”, la “scenografia” e la “sceneggiatura” la decide Rocco, a trattativa privata con l’anchorman e gli autori di turno. Cosa decide Rocco? Di solito opta per il soliloquio. Non graditi altri politici e altri giornalisti in studio. Al massimo, se gli altri politici in studio sono proprio necessari, l’esponente del M5S interviene in collegamento e niente “pollaio”. Naturalmente è sempre Rocco a decidere anche chi dei suoi dovrà partecipare. E qualche preferenza la si esprime pure sullo sparring partner. Guai a consentire la libertà di rivolgere un invito! Un codice che pian piano ha fatto proseliti anche tra gli altri partiti. Se lo fanno loro, si sono detti, facciamolo tutti. E quindi il “Metodo Casalino” è diventato un vero e proprio paradigma tv.

A giudicare da quanto scritto su La Stampa da Michela Tamburrino il 7 giugno scorso, il “paradigma” lo hanno imparato a memoria in molti: Bruno Vespa: “Tutto è cominciato dopo le elezioni e per due mesi è andata avanti così. E io sono quello che ha ceduto per ultimo, ma sono stato anche il primo a ripristinare il confronto, dalla scorsa settimana. Prima o poi gli M5S capiranno che conviene anche a loro il contraddittorio. Soprattutto quando si governa è salutare, è il sale della democrazia”. Enrico Mentana: “Il talk ha più generi, uno di quelli è il faccia a faccia. Ma l’imposizione non esiste e chi l’accetta ha già piegato il capo. Non più di dieci giorni fa, ho avuto Giorgetti contro Calenda senza problemi. Ma non consideriamo l’intervista singola come un monologo. Sarebbe un’offesa per noi”. Bianca Berlinguer: “Sono molti quelli che chiedono solo giornalisti e non altri politici, per questo noi abbiamo la formula del faccia a faccia. Ma è una brutta abitudine che sta prendendo piede. Prima c’erano i talk infuocati adesso è tutto drogato, dopo 89 giorni di crisi nei quali la situazione cambiava ogni cinque minuti, adesso bisogna tornare alla normalità con contraddittori civili”. Corrado Formigli: “Le richieste dei pentastellati sono le stesse dei big degli altri partiti. E quando non ci sono altre voci io faccio il contraddittorio, duro, pagandone lo scotto. Noi mettiamo una pezza con filmati e inchieste che sono il cortocircuito di cui si giova il telespettatore. Renzi, Boschi, Berlusconi volevano il confronto? No. Martina non è venuto perché non voleva altri”. Massimo Giletti: “Il confronto è una regola valida per tutti, una strada fondamentale. A maggior ragione per chi è oggi al potere. Ne va della correttezza di tutti, perché sta a noi garantire la pluralità per il pubblico che sta a casa”. Nicola Porro: “I politici, soprattutto pentastellati, si sono abituati a Facebook, accendono la telecamera e parlano, fanno tre milioni di visualizzazioni e sono contenti senza sapere che li vengono visti solo dai loro, in televisione possono allargare la platea. Io posso accettare che un premier faccia richieste, ma quando si passa al deputato è inaccettabile. E poi ci sono tanti talk, se io non mi abbasso ce ne sono altri quindici pronti a dire sì”.

Ma da qualche giorno qualcosa sta cambiando. A mettere in discussione per prima il “codice Rocco” è stata Gaia Tortora (Omnibus su La7): “Siamo un talk, qui ci si confronta e le regole le facciamo noi”. “La linea di questo programma, a maggior ragione adesso che Lega e M5s sono al governo, è che o i loro esponenti vengono nel talk e partecipano con tutti o altrimenti ne facciamo a meno, perché le regole le stabiliamo noi. Naturalmente tutti restano liberi di accettare o meno gli inviti”.

A darle man forte su La Stampa Mattia Feltri: “L’informazione è una cosa, la comunicazione è un’altra. Per la comunicazione c’è l’addetto stampa, il comizio, il tweet, la diretta Facebook, ci sono mezzi nuovi e sempre più efficaci. Per l’informazione c’è il giornalismo che, sebbene spesso non dia buona prova di sé, e sebbene abbia il dovere di far quadrare i bilanci, rimane uno strumento della democrazia e non un supermercato che fa il tre per due. Un politico Facebook lo usa come gli pare, la tv e i giornali no. In tv e sui giornali si va secondo le regole delle tv e dei giornali. Se si vuole andare in un talk ci si va per confrontarsi con gli altri, per misurare le opinioni con le opinioni divergenti, e lo si fa a garanzia di chi segue da casa, che per maturare un giudizio non ha bisogno di imbonitori ma di contendenti. Oppure c’è un’ottima alternativa: non ci si va, ma si evita di chiamare a raccolta i cosacchi. Soprattutto se si è diventati forza di governo, e il caso presuppone più il dovere di rispondere che il diritto di proclamare. Poi, intendiamoci, liberi tutti. Nessuno ha in mano la bibbia del giornalismo”.

E sull’argomento proprio oggi è intervenuto su Il Fatto Quotidiano un certo Marco Travaglio, che i salotti tv e i cinquestelle li conosce bene. “Chi ricopre pubbliche funzioni non può limitarsi alla comunicazione unidirezionale, camuffata dietro la foglia di fico di qualche risposta ai commenti degli utenti in rete. C’è anche un dovere di trasparenza dinanzi all’opinione pubblica, che va adempiuto confrontandosi con giornalisti informati, in grado non solo di muovere obiezioni e svelare altarini, ma soprattutto di rivolgere la fatidica ‘seconda domanda’ smascherando seduta stante bugie, inesattezze e imprecisioni contenute nella risposta precedente… …Quello degli intervistati che decidono gli intervistatori e le domande è un malvezzo unico nel mondo libero: nelle altre democrazie, se uno vuole parlare solo con chi vuole lui e delle cose che vuole lui, in tv non mette proprio piede. Anche perché non può possedere né controllare tv. Ora però, così almeno dicono, c’è il ‘governo del cambiamento’. E uno dei banchi di prova sarà proprio il suo rapporto con l’informazione. Chi accusa Conte, Di Maio e Salvini di essere allergici al contraddittorio fa ridere, visto che di contraddittorio ai tempi di B. o di Renzi se n’è sempre visto poco o punto. Ma sbaglierebbero di grosso Conte, Di Maio e Salvini se si sottraessero a un contraddittorio autorevole: basterebbe accettare, in tv e sui giornali, dei faccia a faccia con uno o due giornalisti non scelti da loro e ‘senza rete’. Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere dalle domande, anche le più ostili e urticanti”. Per un vero e proprio duello tra leader della politica, invece, chissà quanto dovranno aspettare gli italiani…