Se i giornalisti Rai si preparano alla “resistenza”

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Tg1 a Mentana, Tg2 alla Lega, Tg3 al M5S. Questa mattina, aprendo “Il Giornale”, molti dei giornalisti Rai saranno saltati sulla sedia. Ma come? Si saranno chiesti. L’esecutivo giallo-verde si definisce il “governo del cambiamento” e poi a cambiare sono solo le bandierine della lottizzazione? E probabilmente una domandina se la staranno facendo anche gli italiani che pagano il canone e che devono continuare a sentirsi dire che i telegiornali della tv di Stato devono essere in quota a questo o a quel partito. L’impressione è che in questo governo convivano due anime. Hanno sfumature che vanno dal giallo al verde, e stanno combattendo… C’è quella – ben rappresentata da Roberto Fico – che chiede ai partiti di stare fuori dalla Rai; e c’è quella – capeggiata da Matteo Salvini – che in Rai, dopo sette anni di opposizione, i partiti li vuole ma diversi. Ma attenzione: anche tra i grillini c’è chi fa il tifo per l’occupazione, così come nel Carroccio c’è chi vorrebbe tenere un profilo alto e di rinnovamento super partes. In attesa che si capisca il vero volto di questo “governo del cambiamento”, un segnale alla politica – forte e chiaro – arriverà presto da Bologna.

Dal 18 al 20 giugno si riunisce il congresso dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti che conta oltre 1.500 iscritti. E c’è da giurare che il Segretario Vittorio Di Trapani – prossimo al terzo mandato – ribadirà anche a questo governo un vecchio adagio che Silvio Berlusconi e Matteo Renzi conoscono bene: “Giù le mani dalla Rai”; “l’unico cambiamento che vogliamo vedere è una legge di riforma della governance che finalmente tenga governi e partiti fuori dall’azienda”. E in attesa che una nuova legge venga alla luce, come si scelgono i nuovi amministratori? Questo Di Maio e Salvini lo vanno già ripetendo: guardando alla competenza e non all’appartenenza. Ma il messaggio di Bologna sarà inequivocabile: attenti… per costringere i tg Rai ad indossare le divise del governo non basterà cambiare i cappelli.

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