Seaspiracy, arriva un altro schiaffo alla vita inconsapevole

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Seaspiracy: esiste la pesca sostenibile? - Fonte: Netflix

Nel 2005 arrivò “Earthlings”. Scritto, prodotto e diretto da Shaun Monson, narrato da Joaquin Phoenix, con la colonna sonora firmata da Moby, ha aperto la porta ad una nuova generazione di docu-film di denuncia sullo sfruttamento animale, sull’impatto ambientale delle scelte alimentari umane, sui cambiamenti climatici. Nel 2014 fu la volta di “Cowspiracy – the Sustainability Secret” [Cowspiracy: Il segreto della sostenibilità], co-prodotto da Leonardo DiCaprio e realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding di estremo successo: 1.449 contribuenti donarono il 217% dell’obiettivo.

Il 2021 sarà sicuramente ricordato come l’anno di “Seaspiracy”, prodotto dallo stesso team che ha realizzato “Cowspiracy” e sua naturale evoluzione. Perché se “Cowspiracy” puntava i riflettori sulle pesanti conseguenze degli allevamenti intensivi sulla terraferma e della filiera di trasformazione dei prodotti d’origine animale, “Seaspiracy” punta invece il dito sulla devastazione provocata dalla pesca intensiva. Per entrambi i documentari, l’obiettivo è lo stesso: mostrare ai consumatori come le scelte alimentari quotidiane mettano a rischio non soltanto l’ambiente, l’aria, l’acqua, le specie selvatiche e il pianeta intero, ma la stessa sopravvivenza del genere umano.

Disponibile su Netflix dal 24 marzo scorso, in una manciata di giorni “Seaspiracy” ha già sollevato la sua quota di polemiche: accuse di aver estrapolato affermazioni fuori da un più ampio contesto, di utilizzare statistiche sbagliate e addirittura di sostenere tesi fuorvianti, come riportava “The Guardian” il 31 marzo.

Se dal mondo dell’attivismo per i diritti animali arrivano da tempo affermazioni contro la sostenibilità di qualsiasi forma di sfruttamento dei mari a scopi commerciali, e “Seaspiracy” ha ricevuto il plauso di numerose celebrities, fra cui la rock star Bryan Adams, vegano di lunga data, le grida d’allarme si sollevano anche dal mondo accademico: secondo uno studio dall’Università Canadese di Dalhouise e pubblicato su Science, gli oceani del mondo saranno privi di pesci entro il 2048 (ed è uno dei dati contestati presenti nel docufilm). “Seaspiracy” però va oltre: denuncia i danni dell’acquacoltura (gli allevamenti intensivi di pesci) e introduce l’idea di “gamberetti insanguinati”, cioè di filiera del gambero oscurata da schiavismo e violazioni dei più basilari diritti umani.

“Se gli oceani muoiono, moriamo anche noi”, dice da anni Paul Watson, fondatore della Sea Shepherd Conservation Society, organizzazione senza scopo di lucro nata nel 1977 con lo scopo di tutelare la fauna ittica e gli ambienti marini. E sempre da tempo, la FAO denuncia il fatto che ogni anno, almeno 20 tonnellate di pesce – circa un quarto di tutto il pescato – viene buttato via, perché le reti da pesca non fanno distinzioni quando strappano i pesci dai loro habitat naturali: catturano anche squali, tartarughe marine, delfini, razze oceaniche, balene, uccelli marini, senza contare quelle che sono considerate “specie a basso valore”, come esemplari giovani o di ridotte dimensioni. Un dato su tutti? Ogni anno, almeno 50 milioni di squali vengono intrappolati nelle reti da pesca – e il 90% della popolazione di squali del pianeta è andato irrimediabilmente perduto negli ultimi decenni. E al di là della pesca, ci sono altre abitudini che devastano i mari: il regista britannico, Ali Tabrizi, ci porta anche a Taiji e alle Faroer, per le annuali mattanze di delfini e globicefali. Senza contare le baleniere giapponesi.

E prima di guardare “Seaspiracy”, è bene riflettere su alcuni punti: l’80% delle specie viventi del pianeta abita negli oceani e nei mari, che producono il 50% dell’ossigeno disponibile, assorbendo contestualmente il 30% dell’anidride carbonica. I mari sono un ecosistema fondamentale per la sopravvivenza della Terra, e i consumatori di tutto il mondo dovrebbero rendersene conto. Soprattutto quelli dei paesi più industrializzati, dove avviene la maggior parte dello spreco alimentare: secondo la FAO, interessa ben un terzo del cibo prodotto nel mondo. Una curiosità? Se lo spreco alimentare fosse un paese, sarebbe al terzo posto per emissioni inquinanti di CO2, dopo gli USA e la Cina.

Torniamo al mare e al quesito alla base di “Seaspiracy”: esiste una pesca sostenibile? La risposta – come già accadde per “Cowspiracy” con gli allevamenti sulla terraferma – è prevedibile: no. Ed è proprio questo che, evidentemente, accende gli animi. Perché significherebbe mettere in discussione non soltanto gli stili di vita individuali, ma l’intero sistema industriale, produttivo e commerciale del pianeta.

Se la spinta conservazionista non è sufficiente, arriva l’elemento diritti umani: in 47 paesi al mondo sono stati denunciati casi di schiavitù nella filiera ittica. Senza contare il lavoro nero. Se in mare non esiste il benessere animale (nei macelli è previsto lo stordimento prima della macellazione… i pesci muoiono spesso soffocati, schiacciati dal peso degli altri animali catturati, e il cambiamento di pressione può provocare l’esplosione degli organi interni), non esiste neanche la tutela dei lavoratori.

Siamo appena agli inizi: a giudicare dalle conversazioni su Twitter, “Seaspiracy” è destinato a lasciare il segno. E forse, dopo averlo guardato, il pesce non avrà più lo stesso sapore.