Sessismo, la Francia alle prese col #metoo in redazione

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Foto Canva.com

Cosa succede quando gli scandali di molestie e abusi sfiorano – o investono – il mondo del giornalismo? Ce lo racconta Marie Portolano, ex giornalista di Canal+ da poco passata all’emittente M6, che in 76 minuti di documentario dal titolo “Je ne suis pas une salope, je suis une journaliste” (letteralmente, “Non sono una tr***, sono una giornalista”) raccoglie aneddoti sconfortanti e deprimenti di comportamenti discriminatori, sessisti, abusanti, meschini, e chi più ne ha più ne metta, raccontati dalla Portolano stessa e dalle sue colleghe giornaliste di sport. E fin qui – diremmo – niente di nuovo: la cultura dello stupro è tristemente diffusa in modo più o meno uniforme in tutto il mondo, con picchi d’omertà e accettazione e connivenza imbarazzanti. È proprio uno di questi “picchi” a far esplodere il casus belli in Francia, come spiega Pippo Russo su Domani. Il documentario della Portolano è prodotto da Canal+ – la stessa emittente in cui Marie è stata vittima, insieme a una collega, di comportamenti decisamente poco edificanti da parte di uno dei volti più noti della tv francese, tale Pierre Ménès, dipendente proprio di Canal+. Che fare, quindi? Niente paura, tagliamo il racconto dell’episodio avvenuto negli studi di Canal+, e mandiamo in onda il documentario “edulcorato”.

La scelta dell’emittente francese però non passa inosservata e il sito “Les Jours” svela i retroscena immediatamente dopo la messa in onda del documentario, lo scorso 22 marzo. Il titolo scelto è inequivocabile: “Pour protéger Pierre Ménès, Canal+ censure un docu sur les femmes” (Per proteggere Pierre Ménès, Canal+ censura un documentario sulle donne), ed è questo l’ultimo insulto alle donne giornaliste che osano denunciare. Che poi possiamo fare tranquillamente un copia-incolla del comportamento in tutti gli altri settori in cui le donne osano ribellarsi e sottrarsi a determinati atteggiamenti.

C’è stato un tempo in cui in Francia l’abuso sessuale veniva etichettato come “seduzione”. C’è stato – e c’è ancora – un tempo in cui in Francia non esisteva legge che definisse l’età minima per dare il consenso ad un rapporto sessuale, ed uno stupro era considerato tale solo di fronte a prove inconfutabili dell’uso di forza, violenza o “sorpresa”, ma forse questo cambierà, e per lo stupro si rischieranno fino a 20 anni di carcere. Forse.

Nel frattempo, la Francia si trova più che mai alle prese – molto in ritardo col resto del mondo – con l’esplosione del movimento #MeToo, che nel resto del mondo si era diffuso già a partire dal 2017 a seguito dell’affare Weinstein.

Il 19 febbraio scorso, sulla BBC, è comparso un approfondimento sul movimento #MeToo legato ad una serie innumerevole di abusi sessuali e stupri nel più importante college di scienze politiche francese, Sciences Po di Strasburgo, l’istituto che forma amministratori, politici e presidenti francesi. La “bomba” è scoppiata grazie ad un’attivista, Anna Toumazoff, che ha scelto un hashtag molto potente per denunciare l’ambiente omertoso e connivente in cui le denunce di violenze sessuali e comportamenti sessisti venivano regolarmente messe a tacere: #SciencePorcs (superflua la traduzione). Da Scienze Politiche, le denunce si sono allargate anche ad altre facoltà. Il ministero dell’istruzione francese ha quindi schierato una squadra di ispettori per esaminare i processi interni agli istituti nei casi di violenza sessista e sessuale. Il commento di Anna riportato dalla BBC? Lapidario e quasi senza speranza: “Questa storia è molto francese. Perché parla di grandi scuole. Parla di cultura dello stupro. Parla dell’eleganza di rimanere in silenzio. Sì, è molto francese”.

Non va meglio se ci spostiamo nel mondo del lavoro: una inchiesta pubblicata da Interception il 7 marzo scorso rivela che almeno il 20% delle donne occupate è vittima di molestie o abusi sessuali sul luogo di lavoro. Le denunce vanno dalle start-up alla ristorazione, dallo sviluppo dei videogiochi alla pubblicità, e il 70% delle vittime non ne fa parola con i propri superiori, con le risorse umane o con altre figure responsabili all’interno dell’azienda. Per quante invece decidono di denunciare, si apre il mondo del sospetto, della svalutazione, della pressione a ritrattare. Purtroppo, nonostante l’aumento delle campagne di sensibilizzazione e l’evoluzione del diritto per la tutela contro abusi e violenze sessuali e sessiste, i dati sono tutt’altro che in discesa.

Pensiamo che in Italia sia tanto diverso? L’ISTAT parla chiaro: nel nostro bel paese, il 43,6% delle donne italiane di età compresa fra i 14 e i 65 anni ha subito qualche forma di molestia sessuale. E cosa dire delle discriminazioni impercettibili, cui magari siamo abituate e cui non facciamo neanche più caso? L’occhio che cade sul seno, sui fianchi, la battuta sugli ormoni, sull’emotività, la pretesa di essere sempre impeccabili (chi ha dimenticato le critiche alla giornalista Rai Giovanna Botteri, che in diretta da Pechino era struccata e, per una parte del pubblico, sciatta?).

Crediamo basti un hashtag per cambiare le cose? Certamente no, benché #MeToo sia stato utilizzato in ben 85 paesi (inclusi quelli arabi e mediorientali) da milioni e milioni di donne. Ma aiuta. Denunciare aiuta. E soprattutto, aiuta la certezza della pena. Fosse anche la gogna mediatica di un giornalista vip.