Trasformarono l’hashtag activism in un fenomeno planetario. Addio anche a Pat Quinn co-ideatore dell’Ice Bucket Challenge.

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Dal profilo Twitter di Pat Quinn @PQuinnfortheWin l'ultimo incontro con gli studenti dello Iona College.

Lo ricordiamo tutti, l’Ice Bucket Challenge o ALS Ice Bucket Challenge che impazzò in tutto il mondo nell’estate del 2014, diventando virale al punto da coinvolgere, fra gli altri George W. Bush, Steven Spielberg, Tom Cruise, Mark Zuckerberg, Justin Timberlake, Bill Gates, Lady Gaga, David Beckham, Katy Perry, Shakira, Oprah Winfrey, Richard Branson, Laura Pausini, Roberto Bolle, Fiorello, Cristiano Ronaldo, il compianto Kobe Briant e LeBron James, la nostra nazionale di calcio, e persino il Samsung Galaxy S5.

La sfida era versarsi addosso un secchio d’acqua ghiacciata per simulare la sensazione di “numbness” legata alla Sclerosi Laterale Amiotrofica o malattia di Lou Gehrig, una malattia autoimmune neurodegenerativa che provoca la progressiva paralisi dei muscoli volontari, con un decorso che può variare da diversi mesi a diversi anni, ma sempre e comunque con esito infausto. Contestualmente, la persona che aveva accettato la sfida “nominava” almeno altre 3 persone cui far sostenere la prova, e chi avesse declinato la sfida avrebbe dovuto effettuare una donazione per l’ALS Association (associazione non-profit statunitense che si occupa di raccogliere fondi per la ricerca e l’assistenza ai pazienti di SLA) o altre associazioni analoghe.

Forse però non tutti sanno che l’idea non è nata, come si è soliti pensare, da Pat Quinn e Pete Frates, entrambi affetti da SLA: da un paio d’anni girava in rete un “cold water challenge”, con meccanismo analogo ma libertà di devolvere i fondi ad una charity a scelta. Ma è grazie a Pat e Pete, che l’attenzione e i fondi si sono concentrati sulla SLA. Pete, ex giocatore di baseball del Boston College, ha conosciuto il challenge grazie a Pat, e ha pubblicato il primo video su Twitter mentre si faceva versare addosso un secchio d’acqua ghiacciata dalla mascotte dei Red Sox, ai piedi del noto “Green Monster”.

E non tutti sanno che sull’hashtag ormai virale si sono buttate anche altre associazioni come l’inglese Macmillan Cancer Support, che si accodò al successo il 4 agosto coinvolgendo almeno 50.000 persone nella sfida a proprio vantaggio in appena un paio di settimane, incluso Richard Branson, il fondatore del gruppo Virgin, e aprendo il dibattito sulla “proprietà” degli hashtag sui social, soprattutto quando si tratta evidentemente di una “battaglia” fra organizzazioni di beneficenza sempre in cerca di fondi per realizzare i propri progetti.

L’Ice Bucket Challenge fruttò, in due mesi di campagna virale ampiamente coadiuvata dagli algoritmi dei social network, ben $220 milioni in tutto il mondo solo per l’ALS Association, risultando in 2,4 milioni di video su Facebook, 28 milioni di post, likes e commenti, e in 2,2 milioni di mentions su Twitter: all’apice del successo, l’hashtag #IceBucketChallenge ha generato oltre 70.000 tweet al giorno. Non sarà nella top ten degli hashtags più twittati di sempre, ma con i suoi 6 milioni e 200 mila tweet è uno dei 10 hashtags più influenti e potenti, insieme al #BringBackOurGirls, #BlackLivesMatters, e l’inavvicinabile #Ferguson.

Frates è scomparso il 9 dicembre del 2019, Quinn se n’è andato ieri. Ma la loro lezione in termini di viralità social e soprattutto di resilienza farà scuola per un po’.

L’Ice Bucket Challenge ha sfruttato una combinazione di competitività, diffusione social, narcisismo digitale (o ostentazione digitale), gioco e zero o quasi barriere per l’accesso al challenge, per raggiungere un pubblico vastissimo in tutto il mondo. Tuttavia, ad un certo punto la parte della donazione benefica è passata in secondo piano, e l’effetto onda della campagna è entrato a pieno titolo nel filone dell’ “hashtag activism” o “slacktivism”, che tradotto in parole povere è “attivismo da tastiera”: ti senti bene perché puoi fare un’azione dal tuo computer (o dal tuo giardino) ma in realtà non fai proprio niente di veramente utile ai fini di una causa. “Sono i rischi dei social, bellezza”, per parafrasare la celebre frase di Humphrey Bogart.