Tutti contro il Tar. Il mondo del giornalismo fa muro contro l’obbligo di rivelare le fonti imposto a Report

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Un fermo immagine dell'inchiesta di Report che ha chiamato in causa l'avv. Mascetti - Foto da streaming

Il mondo del giornalismo fa quadrato contro la sentenza del Tar sull’“affaire Report”. Con una sentenza di Venerdì scorso (18 Giugno), il Tribunale amministrativo del Lazio ha imposto alla trasmissione di Sigfrido Ranucci di permettere all’avvocato Andrea Mascetti l’accesso agli atti che lo riguardano relativi alla puntata “Vassalli, valvassori e valvassini” del 26 ottobre 2020. L’inchiesta, firmata da Giorgio Mottola, indagava sugli appalti pubblici in Lombardia e tra le altre cose citava alcune consulenze date a Mascetti, considerato vicino alla Lega e al governatore lombardo Fontana, da enti locali amministrati da esponenti della Lega.

Una sentenza che ha scatenato la reazione di tutte le istituzioni del mondo del giornalismo. Dall’Ordine nazionale dei giornalisti, ai sindacati Fnsi e UsigRai, fino all’associazione Articolo 21 e, ovviamente alla stessa Rai e Report. In un coro unico, tutti hanno considerato la sentenza un duro colpo alla libertà di stampa e alla possibilità da parte dei giornalisti di indagare e svolgere inchieste sul malaffare.

Il diktat imposto dal tribunale alla Rai di “consentire al ricorrente, entro 30 giorni l’accesso agli atti e ai documenti” è stato considerato a tutti gli effetti come l’imposizione di rivelare le fonti dell’inchiesta che, per legge (ex art. 2, comma 3, L. n. 69/1963) sono coperte, in ambito giornalistico, dal segreto professionale.

Così il primo a “ribellarsi” alla sentenza è stato proprio il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, che ha parlato di “sentenza gravissima” che “viola la Costituzione e viola la libertà di stampa”. “Una sentenza miope che paragona il lavoro giornalistico a degli atti amministrativi – ha aggiunto -. È come se Ilaria Alpi fosse morta per degli atti amministrativi”. Una decisione, ha proseguito, che “crea giornalisti di serie A e di serie B: quelli che lavorano nel servizio pubblico non possono tutelare le proprie fonti, gli altri sì”. Per questi motivi ha tuonato Ranucci concludendo “Report non svelerà le proprie fonti, non darà gli atti a Mascetti, non lo faremo neppure da morti. Devono venire a prenderli con l’esercito”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Carlo Verna, che in una nota ha ribadito che “le fonti non si possono rivelare senza se e senza ma” ed ha annunciato che il Cnog, come già anticipato dalla Rai, darà “mandato ad un legale per un ricorso ad adiuvandum”. “La decisione, impugnabile – ha aggiunto Verna – appare in netto contrasto non solo coi nostri principi deontologici, ma proprio col concetto di giornalismo in qualunque Paese democratico. Confidiamo che il Consiglio di Stato accolga la nostra istanza di essere in giudizio dopo che la Corte Costituzionale ci ammessi in quello di legittimità sulla pena edittale assurda del carcere per diffamazione (udienza decisiva martedì 22) riconoscendo che l’ordine dei giornalisti è ‘titolare di un interesse qualificato inerente in modo diretto e immediato al rapporto dedotto in giudizio”.

Ricorso al Consiglio di Stato che è stato subito annunciato dalla stessa Rai che ha dichiarato di “aver conferito mandato per impugnare innanzi al Consiglio di Stato la decisione con la quale l’attività giornalistica, ove svolta dal Servizio Pubblico, è stata inopinatamente assimilata ad un procedimento amministrativo. Rai si attiverà in ogni sede per garantire ai propri giornalisti il pieno esercizio della libertà d’informazione e la tutela delle fonti”.

La sentenza del Tar è considerata “un precedente pericolosissimo” anche dai sindacati di categoria, quello interno alla Rai (UsigRai) e quello unitario dei giornalisti (Fnsi). Le due rappresentanze in una nota congiunta hanno sottolineato che “rispettare le sentenze, non vuol dire non poterle criticare”. “Anzi sono l’occasione per chiedere nuovamente a governo e parlamento la necessità di un chiarimento urgente sulla natura giuridica della Rai”. “I giornalisti che fanno informazione in Rai – aggiungono – non possono essere paragonati a funzionari della Pubblica Amministrazione. Pertanto le norme sull’accesso agli atti devono soccombere di fronte al diritto / dovere del giornalista di tutelare le proprie fonti”.

Protezione e tutela del giornalismo all’interno del servizio pubblico la richiede a gran voce il Cdr della direzione per l’Offerta Informativa Rai, che ricorda come la sentenza del Tar “pone la Rai tra i soggetti passivi del diritto di accesso agli atti, accanto alle pubbliche amministrazioni e agli enti pubblici. Tale interpretazione dell’art. 23 della Legge n. 241 del 1990 mette pericolosamente a rischio il diritto/dovere dei giornalisti alla tutela delle proprie fonti e delle documentazioni utili al lavoro di inchiesta”. “La libertà di stampa e il diritto di cronaca – prosegue il comitato di redazione – comprendono tutte le garanzie ad essi connesse, e sono tutelati dalla nostra Costituzione. Il lavoro dei giornalisti rappresenta e deve rappresentare sempre il baluardo di un sistema democratico: programmi come Report devono essere tutelati in questo senso e come grande valore del servizio pubblico radiotelevisivo”.

Entra ancor più nello specifico della sentenza l’Associazione Articolo 21 che scrive: “La Rai è una società per azioni e, secondo una costante giurisprudenza, non è assimilabile alla Pubblica amministrazione. La norma del ’90 fu immaginata per tutelare cittadine e cittadini nei procedimenti inerenti proprio all’amministrazione, per offrire una difesa contro i rischi di segretezza della burocrazia. Se si applicasse la decisione della sezione terza del Tar del Lazio al complesso dei fenomeni mediali, vedremmo ridotta enormemente la facoltà del giornalismo di inchiesta di operare, e forse di esistere. A parte, infatti, il tema del segreto professionale, verrebbero messi in causa i fondamenti medesimi della cronaca”.

La vicenda è complessa e va analizzata in punta di diritto. La differenza tra obbligare a rivelare una fonte coperta da segreto professionale e permettere l’accesso agli atti di un ente pubblico è molto sottile e potrebbe rappresentare un modo “mascherato” per aggirare la segretezza delle fonti, in quanto le due cose, per una inchiesta giornalistica, potrebbero coincidere. A quel punto per l’attività di inchiesta sarebbe la fine, e con lei anche la fine del giornalismo. La prossima parola spetterà al Consiglio di Stato, ma nel caso confermasse la decisione del Tar, è probabile che non sia l’ultima.

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