Tutti pazzi per Clubhouse. Anche Elon Musk.

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Elon Musk - Foto di Daniel Oberhaus

AdgInforma lo aveva detto, e dopo neanche un mese Clubhouse è nelle liste dei desideri di tutti, soprattutto degli utenti Android, per i quali l’app non è ancora disponibile – e chissà quando lo sarà, visto che a gennaio il team dietro Clubhouse ha dichiarato che “non vede l’ora di iniziare a lavorare sulla versione Android dell’app”. Ma perché Clubhouse è diventata la startup più calda della Sylicon Valley in meno di un anno?

L’ultima “spinta” – ma solo in senso temporale – è stata l’intervista che Elon Musk, fondatore di Tesla, SpaceX e molte altre aziende, ha rilasciato alla coppia Sriram Krishnan e Aarthi Ramamurthy nella loro “stanza virtuale” The Good Time Show (creata ben tre settimane prima) il 31 gennaio, alle 22 (ora di Los Angeles). Era l’una di notte qui in Europa – domenica sera e neanche poi tanto in prime time dall’altra parte dell’oceano – ma in un attimo la stanza ha sfondato il limite dei 5.000 partecipanti, fra cui centinaia di giornalisti, e il live stream si è “duplicato” prima in un’altra stanza, per finire poi anche su YouTube per allargare ulteriormente la base d’ascolto.

E già il fatto di poter riascoltare la conversazione avvenuta nel “salotto virtuale” di Sriram e Aarthi rompe le regole di Clubhouse: una volta chiusa una stanza, infatti, la conversazione scompare. O meglio, di solito scompare. Perché le regole possono sempre cambiare, e il fatto che la conversazione con Musk e, in seconda battuta, con Vlad Tenev (CEO di Robinhood) diventerà un podcast fruibile in un secondo momento ci dà la prova di un progetto ben più grande dietro Clubhouse.

Oltretutto, la partecipazione di Elon Musk ad un evento su un’app che non ha neanche un anno di vita e sta ancora – di fatto – operando in modalità beta, è sicuramente la validazione dell’idea dell’azienda (e degli investitori, in particolare della ‘solita’ Andreessen Horowitz, venture capital da 4 miliardi di dollari che ha finanziato, fra gli altri. Robinhood e molte startup di Musk stesso), ma anche e soprattutto di podcast e audio live streaming interattivo.

Elon Musk e salotti virtuali a parte, Clubhouse conferma le aspettative e forse va addirittura oltre: posizionamento elitario (solo iOS), possibilità di accedere all’app solo su invito di utenti già confermati, bisogno di conversazioni di qualità e contenuti di valore, e non di un bombardamento di video tutti uguali, di citazioni e di gattini, di hate speech e incitamento alla violenza, desiderio di riservatezza e di possibilità di incontrare “pari grado” con identità verificate. Clubhouse è tutto questo: non è una piazza sovraffollata, come può essere Facebook. Non è una via dello shopping, come Instagram. Non è un incitamento al consumo bulimico di video tutti uguali, come TikTok. Non è il regno del bullismo mordi e fuggi, come per un po’ è stato Snapchat. Non è il mondo oscuro del revenge porn, come Telegram. E sebbene il rischio di avere stanze con contenuti violenti o disinformazione sia reale, le barriere all’ingresso sono comunque molto alte per il momento. Chissà, magari un domani potrebbe diventare terreno di affiliazione dei predicatori di QAnon, ma per ora Clubhouse è un’occasione.

Soprattutto per disintermediare le conversazioni su tech e new media, dominate negli ultimi anni da scettici e detrattori: è proprio qui che entra in gioco Andreessen Horowitz. Col suo impero e le sue risorse, potrebbe (ed è evidente che lo stia facendo) creare un impero mediatico di blog post e podcasts di entusiasti, e offrire, attraverso piattaforme come Clubhouse, l’opportunità a ottimisti della tecnologia come Krishan e Ramamurthy di creare piccole properties su cui bypassare i media ufficiali e arrivare direttamente ad un pubblico ansioso di ascoltare una conversazione con gli eroi del capitalismo e dell’innovazione. D’altra parte, Elon Musk ci porterà su Marte.

Ecco quindi che la conversazione ovattata con Elon Musk nel confortevole salotto vocale di Krishnan e Ramamurthy è in realtà un’operazione di PR in piena regola. “Clubhouse” è stata fra i tt di Twitter in tutto il mondo lunedì, con oltre 300.000 tweet e migliaia di conversazioni, copertura mediatica “tradizionale” online e offline, e un bel lancio per la serie di podcasts che il nuovo “general partner” della Andreessen Horowitz, Krishnan stesso, realizzerà per l’azienda.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Ma Clubhouse ha del potenziale. Potrebbe essere per i podcast quello che Medium è stato per il blogging e le pubblicazioni digitali. Che non è il dare pieno diritto di parola a chiunque, come su altre piattaforme: su Clubhouse, forse ancor più che su Medium, è indispensabile avere contenuti, autorevolezza, rilevanza, capacità di parlare in pubblico – spesso e volentieri ad un pubblico se non proprio di pari, comunque di persone con un minimo di conoscenza e soprattutto molto interesse per l’argomento – e di mantenere alta l’attenzione degli ascoltatori per ben più dei 15 secondi di un Reel o di un video TikTok.

Di una cosa, però, possiamo esser certi: viste le premesse, dimentichiamo l’ideale dell’internet democratico e dell’opportunità per tutti. Con Clubhouse e affini, torneremo ad essere quasi tutti ascoltatori. Di contenuti di qualità, certo. Ma pur sempre ascoltatori.