Tv: quella “marea rossa” del debito che rischia di travolgere i giganti dello streaming

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La marea rossa del passivo minaccia di travolgere i giganti dei media e schiacciarli sotto le montagne di debiti accumulate finanziando acquisizioni necessarie per competere sul mercato e affrontare al meglio le sfide del futuro. In un’approfondita analisi della questione pubblicata su Variety si ricorda l’intento manifestato dall’amministratore delegato di AT&T Randall Stephenson di ripianare i debiti accumulati dalla compagnia telefonica nel suo sforzo di trasformarsi in un colosso del multimedia. Era la fine di novembre, meno di sei mesi dopo l’acquisizione di Time Warner, che ad AT&T era costata 85,4 miliardi di dollari (108,7 incluso il debito) e Stephenson si era sentito in dovere di fare appeasement nei confronti di chi masticava inquietudine per un debito che, fra l’acquisizione di Time Warner e quella di DirecTV (49 miliardi di dollari), era lievitato a oltre 180 miliardi di dollari.

La compagnia telefonica americana non è la sola a trascinarsi fardelli del genere. Secondo Moody’s, Comcast si ritroverà presto sulle spalle 114,7 miliardi di dollari di debito ora che ha acquisito Sky per 40 miliardi di dollari. E questo dopo aver perso la guerra delle offerte con la Disney per la 21st Century Fox.

L’impresa che Comcast, AT&T e Disney si trovano davanti – scrive Variety – è da far tremare le vene ai polsi e richiede “abili manovre societarie per evitare il disastro”: tutte e tre hanno scommesso sul fatto che l’unico modo per sopravvivere e prosperare in un contesto così turbolento è ingrandirsi, allargarsi. Ma, di fatto, è il debito che finanzia la fondazione dell’impero: secondo Hal Vogel, CEO di Vogel Capital Investment, se dovesse verificarsi un rallentamento dell’economia o se i tassi d’interesse dovessero continuare a crescere difficilmente queste società potranno pensare che sia stata una buona idea accumulare debito.

Di certo i “media giants” si stanno dando un gran da fare per recuperare l’ascesa di Netflix. Il gigante dello streaming, dal canto suo, si ritrova con 10,4 miliardi di dollari di debito foraggiato attraverso titoli spazzatura, un aspetto che potrebbe comportare forti fluttuazioni dei costi per la copertura del debito in caso di crescita dei tassi d’interesse.

Le acquisizioni alimentate dal debito aumentano le preoccupazioni degli investitori per i possibili scenari conseguenti a un rallentamento dell’economia e a un aumento dei tassi d’interesse globali. La crescita del rapporto fra debito e utili aziendali, di solito chiamato leva finanziaria (leverage), si è inoltre concretizzata per le aziende in minori ammortizzatori finanziari per assorbire eventuali shock del mercato.

La posta in gioco – ricorda Variety – non è da poco per Comcast, AT&T e Disney, costrette a reinventare gran parte dei propri core businesses per poter competere nel mercato globale dello streaming stabilito dalla crescita vertiginosa di Netflix. Oltre a dover gestire l’intricato processo di integrare esose acquisizioni in operazioni esistenti. Per poter centrare gli ambiziosi obiettivi di sinergia e gestire un livello di debito più alto sarà necessario che per queste corporation “tutto vada bene nei prossimi due anni affinché i conti tornino”. Il nervosismo può essere giustificato.

Quando la performance finanziaria di una società si deteriora, questa rischia un downgrade da parte delle principali agenzie di rating, il che potrebbe accrescere notevolmente i costi di finanziamento del debito. A questo proposito, Variety cita il giornalista finanziario William D. Cohan: “Il debito non perdona. Va sempre ripagato o rifinanziato”, che osserva: “Il debito è andato molto di moda negli ultimi dieci anni perché la Federal Reserve ha intenzionalmente abbassato i tassi d’interesse”. Ma accumulare rischi su rischi produce una miscela “molto pericolosa”. Secondo Neil Begley, vicepresidente senior e senior analyst di Moody’s, AT&T non può permettersi un downgrade dei propri bond, anche perché fra l’altro avrebbe ripercussioni sui mercati del credito con conseguente rischio di speculazioni.

Gli studios di Hollywood e altre realtà orientate alla produzione di contenuti sono state storicamente in grado – nota Begley – di gestire un debito significativo nonostante la volatilità dell’industria dell’intrattenimento, mantenendo prevedibilità, stabilità e alti margini senza però essere “particolarmente ad alta intensità di capitale”. Di fronte a serio scrutinio, Stephenson – scrive Variety – “ha fatto il giro di Wall Street” per rassicurare i dubbiosi e placarne le ansie: “Abbiamo fiducia nella nostra capacità di gestire il debito. E il prossimo anno investiremo altri 23 miliardi di dollari generando ancora 26 miliardi di free cash flow”, ha sottolineato, respingendo come “non vera” l’idea che il debito stia limitando gli investimenti di AT&T. A smorzare almeno in parte le inquietudini è l’impegno di AT&T a racimolare fra i 6 e gli 8 miliardi di dollari quest’anno tramite cessione di attivi. Fra i possibili asset da destinare alla vendita finora rientrano il dieci per cento di partecipazione di AT&T in Hulu, valutata intorno a un miliardo di dollari, e il 41 per cento d’interesse nella piattaforma satellite-TV di Sky Mexico.

Il mercato è “alle prese con il rischio di recessione” ricorda il media industry analyst Craig Moffett. Secondo Moffett, il mercato “sta cercando di capire quando arriverà e chi finirà per ritrovarsi nel mirino se davvero siamo sulla strada verso una significativa recessione”. E “questa volta le società che sembrano più a rischio sono quelle che si portano sulle spalle livelli eccessivi di debito”. AT&T in particolare – nota Moffet – si trova nella scomoda posizione di dover dimostrare la validità dell’acquisizione di Time Warner, soprattutto dopo i risultati scadenti di DirecTV, acquisita nel 2015 per 48,5 miliardi di dollari. “Che quella di DirecTV non fosse una buona transazione era chiaro fin dall’inizio”, osserva Moffett. Il prezzo dell’asset, “assurdamente alto”, doveva lasciar capire che “DirecTV non poteva che scendere”.

La strategia di cambiamento di AT&T e degli altri ha suscitato scetticismo e la strada intrapresa è costellata di insidie, ma – nota Variety – in caso di successo potrebbe anche finire per pagare molto bene. Molte di queste companies hanno puntato su un futuro nel quale i consumatori avranno deciso di “dare un taglio al cavo”, mettere in soffitta il lettore Blu-ray e starsene in maggioranza alla larga dai cinema multisala. I giganti dei media – nota Elsa Ramo, managing partner della Ramo Law – hanno iniziato a seguire le abitudini dei consumatori: “Stanno cambiando il modo in cui i propri film vengono monetizzati. In passato c’erano i box office o le vendite in VHS. Oggi ci sono gli abbonamenti mensili”. Disney e WarnerMedia (l’appena ribattezzata Time Warner) si stanno lanciando in offerte dirette al consumatore per raggiungere un pubblico in via di cambiamento. E competere con l’offerta di Netflix. Si tratta, secondo Variety, di una “scommessa coraggiosa che le metterà in un nuovo business”.

Per anni gli studi cinematografici e televisivi si sono affidati agli operatori via cavo o ai cinema per presentare i propri prodotti. Non hanno investito molto tempo nel costruire un rapporto con la clientela senza intermediazioni. Ma non è impresa semplice: “È difficile riuscire a dare il massimo mentre ci si trasforma”, osserva Michael Kassan, CEO di MediaLink. “È come guidare con il cambio manuale. […] Ci vuole una certa eleganza”, aggiunge.

Di certo per entrare nel fantastico mondo dello streaming ci vogliono tasche profonde. Netflix ha speso 13 miliardi di dollari di contenuti nel 2018, e la cifra sembra decisamente destinata a salire. Secondo una recente stima di Goldman-Sachs, il gigante del digitale arriverà a spendere 22,5 miliardi di dollari all’anno in contenuti entro il 2022. Il debito di Netflix è attualmente a 8,3 miliardi di dollari, ma presto salirà a dieci miliardi. “Stiamo lottando per fare le scelte e gli investimenti giusti per accrescere il valore della società, ed è questo che in fondo garantisce il nostro debito”, ha scritto il CEO di Netflix Reed Hastings in una lettera agli investitori lo scorso febbraio. Inoltre, “il denaro che sta spendendo Netflix costringe tutti gli altri che con Netflix competono a continuare a spendere, spendere, spendere e di frequente ciò comporta debito, debito, debito”, osserva il fondatore di Creatv media Peter Csathy. Buona parte degli investimenti di Netflix è andata in infrastrutture, con diversi miliardi investiti negli ultimi anni in marketing e ricerca e sviluppo. “Soldi ben spesi” secondo Variety: “L’interfaccia di Netflix è agile e facile da navigare. I pretendenti rivali come Disney e WarnerMedia potranno dirsi fortunati se riusciranno a debuttare con un servizio altrettanto user-friendly e privo di bug”.

Secondo Erik Hodge, managing director di The Raine Group, in caso di successo la vittoria sarà “sostanziale”. “Nel migliore dei casi – prosegue – queste companies potrebbero cambiare il modo in cui Wall Street le valuta. Cosa ancor più importante, saranno riuscite per la prima volta a costruire un autentico rapporto con il proprio pubblico e potranno rendersi conto dei benefici che questo comporta”.

Nelle future guerre per lo streaming – scrive Variety – ci saranno vinti e vincitori. Netflix e Amazon Prime saranno anche più economici di un abbonamento mensile, ma, data anche la necessità di molti di contenere le spese più velleitarie, è improbabile che i consumatori si abbonino a tutti i servizi disponibili. Se questa pulsione a reinventarsi dovesse andare a buon fine, i capi d’azienda che hanno fatto affidamento sul debito per finanziare i propri piani di espansione saranno celebrati come visionari che hanno preso per le corna un futuro incerto. Se dovesse fallire, sarebbe tutto un altro paio di maniche: “Il debito è una lama a doppio taglio – afferma James Angel, professore associato alla McDonough School of Business della Georgetown University -. Quando le cose vanno bene, il debito amplifica i profitti. Quando le cose vanno male, il debito amplifica le perdite”.

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