Tweet pro Biden, il New York Times la licenzia. Sui social trionfa la cancel culture

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È bastato un tweet galeotto, un’opinione personale un po’ troppo accorata pro Biden per scatenare la tempesta social contro Lauren Wolfe, giornalista ormai ex collaboratrice del New York Times, che per questo è stata licenziata dal giornale. È il potere dei social network e di quella che è ormai nota come “cancel culture”. La cultura della cancellazione, ovvero la tendenza molto diffusa in rete a rimuovere dalla produzione culturale persone o aziende considerate colpevoli di aver sostenuto valori contrari al “politicamente corretto”.

Il meccanismo è semplice: inondare di commenti negativi, insulti e hastag mirati che diventano subito di tendenza, il colpevole del tweet “sbagliato” fino a ottenerne l’annullamento del pensiero e l’autorevolezza stessa dell’autore.

È quello che è successo alla povera Lauren Wolfe rea di aver twittato i suoi “brividi” a commento dell’immagine dell’aereo presidenziale con a bordo Joe e Jill Biden che atterrava a Washington.

Il Tweet incriminato, costato il posto a Lauren Wolfe

La reazione drastica del quotidiano newyorkese, a sua volta ha scatenato reazioni altrettanto forti e contrarie a sostegno della giornalista che si è rivolta ai suoi follower (oltre 90mila su Twitter) per lamentare la perdita del posto di lavoro “nel pieno di una pandemia”. Tanto che il Ny Times è dovuto intervenire con un comunicato ufficiale per “spiegare” il licenziamento. Dal quotidiano hanno dovuto chiarire che “non licenziamo qualcuno per un singolo tweet” e che “circolano molte informazioni inaccurate”, anche se “per ragioni di privacy” non è possibile spiegare nel dettaglio le cause del licenziamento. Lasciando intendere che forse il comportamento della Wolfe già in altre occasioni non era stato impeccabile.

L’appiglio “legale” violato dalla Wolfe è la policy del giornale che impedisce di esprimere opinioni personali attraverso i propri social media. Ma la volontà di mantenere l’equidistanza dalle parti politiche ora rischia di ritorcersi contro il Ny Times visto che sono già molti i giornalisti e le star che si sono espressi in favore della giornalista chiedendo che il quotidiano newyorkese torni sui suoi passi. La prima è stata l’attrice e attivista democratica Alyssa Milano che ha mobilitato i suoi 3,7 milioni di follower per chiedere il reintegro di Wolfe. Anche Wesley Lowery, noto giornalista della Cbs, è intervenuto in difesa della collega twittando che “I giornalisti dovrebbero essere giudicati dalla correttezza del loro lavoro, non da un tweet occasionale o un commento o una mail privata in cui sono espresse preferenze umane” e che “risposte vigliacche e reazionarie all’indignazione online sono più imbarazzanti e minano l’integrità dell’istituzione giornalistica più di qualunque cosa abbia twittato un membro dello staff”.

Al di là deilla mobilitazione dei “partiti” pro e contro, la vicenda riporta in primo piano il tema del diritto dei giornalisti di esprimere liberamente le proprie opinioni politiche sui social media, e del ruolo quasi tirannico che questi svolgono sulla “vita e la morte” di un professionista o di una azienda, sia essa editoriale o non. Problematiche che, soprattutto i grandi media Usa appena usciti dalla rivoluzione social di Donald Trump, ancora non sanno bene come affrontare.

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