Ucraina, con droni e satelliti la guerra cambia il giornalismo: opera collettiva e tecnologica

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La guerra in Ucraina ripresa dal drone - Foto da streaming

di Michele Mezza – Un soldato ucraino, da solo, in una trincea piena di suoi commilitoni morti, circondato da miliziani filo russi che lo bersagliano con granate che lui cerca di rispedire al mittente, in una località del Donnbass non precisata. Una scena drammatica, estrema, che simboleggia la crudezza atavica della guerra: una morsa che si stringe attorno ad un solo combattente. Se ha avuto una chance di sopravvivenza probabilmente la deve a queste immagini che hanno fatto il giro del mondo

L’immagine è ripresa da un drone che la trasforma in una testimonianza, se non in un cinico spettacolo, che acchiappa molti click su Twitter.

Bianco e nero marmorizzato – Quelle immagini, in un limpido bianco e nero marmorizzato, che confermano l’estrema sofisticatezza del sistema ottico di ripresa, simboleggiano la trasformazione in corso dei linguaggi dell’informazione.

Questa guerra è stata profondamente condizionata dall’informazione. Ma l’informazione in questi tre mesi è stata profondamente cambiata da questa guerra.

Il decentramento delle regole d’ingaggio, soprattutto nei primi due mesi, in cui abbiamo visto come la resistenza ucraina sia stata sorretta dalla convergenza di tecnologie e piattaforme digitali che hanno consentito la connessione, nonostante i bombardamenti, delle comunità civili ucraine, la localizzazione del nemico, l’informazione sulla dislocazione delle truppe e la georeferenzazione sul territorio delle artiglierie, hanno integrato nel combattimento strumenti, procedure esperienze e attrezzature del mondo del giornalismo che si è trovato, consapevolmente o meno, in prima linea.

Prima linea con le truppe – Un fenomeno che ha alzato la domanda sociale di informazione, costringendo i sistemi redazionali a dotarsi di competenze e collaborazioni tali per arrivare in prima linea insieme alle truppe.

Le immagini in diretta dagli scantinati del teatro di Mariupol sono state la prima svolta. La denuncia delle fosse comuni a Bucha, mediante l’incrocio di sistemi satellitari e le cellule telefoniche, un ulteriore torsione del mestiere.

Siamo ad un salto della specie, non dissimile da quello che vivemmo nella transizione dalla pellicola all’elettronica nei telegiornali degli anni 70. La pellicola, con la sua laboriosità era anche un sistema ideologico, che comportava il controllo, la verifica ma anche la selezione di quanto mandare in onda di quello che era stato girato. L’elettronico accorciava i tempi dell’intera filiera. Ricordo quante volte arrivavamo in redazione di corsa nei primi tempi del RVM e mandavamo le immagini in trasmissioni nelle varie edizioni dei TG senza nemmeno averle viste. La tecnologia cambiava la gerarchia.

Validare e organizzare – Oggi, l’afflusso alluvionale di riprese satellitari, grazie alla flotta di SpaceLink che Elon Musk ha messo a disposizione degli ucraini, ha elaborato un nuovo linguaggio che integra e arricchisce il mestiere dell’inviato, che sempre più si trova preceduto, e sopravanzato da una ricchezza di materiali e testimonianze che deve validare e organizzare più che scovare.

Lo stillicidio dei generali russi, localizzati mediante il monitoraggio sistematico degli spettri di comunicazione mobili, reso possibile da piattaforme digitali, e colpiti con droni commerciali acquistabili normalmente su Amazon, ci dice che ormai abbiamo del tutto doppiato il tornante del disvelamento della notizia. I sistemi informativi sono logistica militare e concorrono a determinare i rapporti di forze sul territorio. Il giornalismo non è più testimone neutro: crea condizioni di vantaggio per i belligeranti, ratifica l’esito di una battaglia, e smentisce ogni possibile propaganda di parte.

Spettrografie e droni – Al tempo stesso il giornalismo si trova a rivaleggiare proprio con gli apparati belligeranti nella contesa sulle fonti: le immagini satellitari, le spettrografie del territorio, l’uso dei droni, le posizioni del Gps. Sono materia dove bisogna arrivare con piena autonomia e capacità senza dipendere dagli apparati di una delle parti in guerra. Se l’intera informazione è ormai embedded, nessun giornalista potrà avere fonti embedded, ossia concesse da uno dei belligeranti: la sua notizia diventerebbe immediatamente propaganda. Al tempo stesso bisognerà abituarsi alla parzialità delle fonti e delle testimonianze. Non sarà mai un solo inviato, un solo punto di vista, una sola fotografia e filmato a raccontarci la massima approssimazione alla verità. Il coinvolgimento tecnologico, che diventa anche emotivo con la meccanica del combattimento inevitabilmente interferisce con la nostra lucidità e terzietà. Come dimostrano gradi testimonianze, come l’ultimo libro dell’inviato storico del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, “Guerra Infinita” (Solferino edizioni), il punto di vista per quanto rigoroso e documentato, come è il libro di Cremonesi, più è vicino alla fonte e più ne risente la visione.

Bisogna moltiplicare le testimonianze, i punti di ripresa, le immagini, incrociando dati e flussi informativi. È ormai un’impresa industriale che sorregge il lavoro sul campo, dove virtuale e reale spostano costantemente i confini dell’informazione.

Stiamo parlando probabilmente già di un nuovo giornalismo, meno personalizzato, meno firmato, meno soggettivo, e più collettivo e integrato dove vicino e lontano, analogico e digitale, visto o ripreso sono ormai categorie cangianti, insicure, che aprono conversazioni con gli utenti e non determinano mai la verità, ma rendono impossibile stravolgerla.

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