Ucraina, Google toglie pubblicità ai pezzi di guerra. E i media ne parlano meno

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Foto di Simon da Pixabay

di VALENTINA RENZOPAOLI Guerra alla guerra e a dichiararla è l’Impero digitale: Google annuncia ai propri partner dell’informazione il blocco della monetizzazione dei contenuti che “sfruttano” o “giustificano” il conflitto in Ucraina.

Con una comunicazione chiara e sintetica, firmata da “The Google Ad Manager Team”, il colosso tech notifica ai creatori di contenuti, e soprattutto alle testate on line, la sua nuova “politica editoriale” sulla guerra in Ucraina, in corso da quasi due mesi.

Stop della monetizzazione dei Google Adv, ovvero degli annunci pubblicitari che vengono inseriti attraverso i banner nella stragrande maggioranza delle pubblicazioni on line. Stop in particolare per tutti coloro che assumono una posizione “morbida” nei confronti dell’invasione russa, in qualche modo giustificandola; o per chi, addirittura, condanna il Paese invaso e le sue vittime.

Tragedia e genocidio – Una decisione che molti hanno interpretato come volontà di frenare la diffusione in rete di fake news, di notizie che incitino la violenza, di disinformazione propagandistica filo-russa. A questo proposito, Google scrive esplicitamente che penalizzerà “dichiarazioni secondo cui le vittime sono responsabili della propria tragedia o affermazioni simili di condanna delle vittime”, o “dichiarazioni secondo cui l’Ucraina sta commettendo un genocidio o sta attaccando deliberatamente i suoi stessi cittadini”.

Ma, se si legge bene la nota, si capisce che l’algoritmo di Google, il più potente sistema di ricerca e generatore di traffico del mondo, non ha intenzione di premiare, in generale, tutte quelle pubblicazioni che utilizzano il tema della guerra per monetizzare, ovvero, guadagnare. Insomma, agli investitori pubblicitari la guerra non piace: i brand si rifiutano di associare la propria immagine a notizie di distruzione, morti e devastazione.

Bilancio delle aziende – Scelta etica o dettata da interessi economici? Dal punto di vista mediatico e giornalistico ciò che interessa è quanto la decisione di Google, giusta o sbagliata che sia, possa influire sulla pluralità dell’informazione e sulla sua completezza. L’azienda di Mountain View ha un’indiscussa posizione dominante nel mercato della pubblicità digitale, perché la vendita della pubblicità online si basa sulla disponibilità del più alto numero di dati di profilazione dei soggetti destinatari della pubblicità; e Google ha quote oltre l’80% di query di ricerca (percentuale di richieste effettuate dal pubblico su Google) per fornitura di server nell’erogazione di servizi di acquisto e vendita di pubblicità. E non c’è editore che non sappia che le “indicazioni” politiche ed editoriali di Google orientano in modo determinante l’informazione e i suoi contenuti e il bilancio economico delle aziende editoriali.

Non si può fare a meno di notare che negli ultimi giorni, nonostante l’escalation della tensione a livello internazionale, sulle testate on line il numero delle notizie sulle guerra sono diminuite: i giornali stanno tentando di diversificare i temi e tornare ad un “menù mediatico” più eterogeneo. Comanda Google e basta. E sulla guerra ucraina è stato chiaro: con i morti non si fanno “affari”.

Ecco la lettera integrale inviata da Google:

A causa della guerra in Ucraina, metteremo in pausa la monetizzazione dei contenuti finalizzati a sfruttare, ignorare o giustificare la guerra.

Tieni presente che abbiamo già applicato questa misura alle dichiarazioni relative alla guerra in Ucraina in caso di violazione delle norme esistenti (ad esempio, le norme relative ai contenuti dispregiativi o pericolosi vietano di monetizzare contenuti che incitano alla violenza o negano eventi tragici). Questo aggiornamento ha lo scopo di chiarire, e in alcuni casi ampliare, le nostre indicazioni per i publisher in relazione a questo conflitto.

Questa sospensione della monetizzazione riguarda, a titolo esemplificativo, dichiarazioni secondo cui le vittime sono responsabili della propria tragedia o affermazioni simili di condanna delle vittime, ad esempio dichiarazioni secondo cui l’Ucraina sta commettendo un genocidio o sta attaccando deliberatamente i suoi stessi cittadini.

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