Ucraina, Maggioni occupa più spazio di Mentana, dirige l’orchestra e americanizza la Rai

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La giornalista Rai Monica Maggioni. Foto da streaming.

di Michele Mezza – La guerra in Ucraina segna un’escalation dei media, ovviamente.

Protagonista assoluto lo smartphone. Ogni conduttore televisivo ormai è inseparabile in onda dal suo telefonino a cui chiedere aggiornamento, prevalentemente proveniente dai social più che da fonti professionali. Le inconfondibili immagini con le due fasce nere laterali ci raccontano di un pulviscolare modello di avvistamento della realtà, diffuso sul territorio. I testimoni sono cronisti e i cronisti broker di immagini altrui.

I valenti inviati che sono al fronte, davvero ottimi nella loro capacità e disinvoltura di muoversi sotto le bombe e in un ambiente imprevedibile e pericoloso, ci appaiono non più come i coraggiosi inviati embedded o comunque testimoni oculari degli eventi, ma come i più moderni ed efficaci organizzatori di network informativi sul territorio. Ognuno di loro è il titolare di una rete di collaboratori o di relazioni e link digitali che gli consente di disporre, in real time, di notizie e documenti largamente affidabili.

Agenzie insidiate – In questo quadro ormai sono del tutto integrati e complementari i circuiti televisivi e quelli della carta stampata: entrambi usano le opinioni e le immagini degli altri, con i siti delle testate cartacee che rivaleggiano con le emittenti televisive per la velocità del validamento delle informazioni. Le agenzie si trovano insidiate proprio nell’ambito di loro assoluta competenza: la raccolta e la verifica del flusso informativo veloce.

Sotto i nostri occhi si sta completando l’americanizzazione del processo produttivo del giornalismo, soprattutto televisivo, che diventa un potere del tutto autonomo e integrato, in grado di disporre di una ramificazione sul teatro di azione completa, che lo rende un protagonista e non un puro ripetitore.

In questo processo si inserisce quella che definiamo la “mentanizzazione” del servizio pubblico, soprattutto del Tg1, che sta amplificando l’effetto mattatore che il direttore della 7 da tempo ha imposto, con innegabile successo.

Quarti di nobiltà – Ovviamente imporre un modello tutto imperniato sulla figura di un anchorman che decide in diretta, quale è quella che Mentana si permette nel piccolo Tg della rete di Cairo, è cosa diversa che applicarlo ad una corazzata quale il telegiornale di punta della Rai.

Monica Maggioni, appena insediata, ha colto subito l’opportunità della crisi Ucraina per imporre i suoi quarti di nobiltà: conduttrice prima, inviata poi, esperta di relazioni con il mondo degli apparati militari, sia nazionali che atlantici, ha portato in video la sua personalità.

Un conduttore che è anche direttore in Rai non si era mai visto, e non certo per lacune soggettive. Ricordiamo le esperienze proprio al Tg1 di colleghi come Volcic, Riotta o Lerner, oppure per RaiNews24 Di Bella, ognuno dei quali senza problema poteva interpretare il ruolo con titolarità piena della materia.

Guidare il flusso – Ma la separazione dei ruoli, nella logica proprio della deontologia professionale del servizio pubblico, permetteva un certo distacco, comunque una forma di terzietà nella gestione dell’informazione da parte dell’apparato redazionale. Il direttore interveniva poi saltuariamente con editoriali, che davano l’opinione della testata, ma senza che questo palesemente fosse in scena sempre.

L’esperienza dei grandi network americani da decenni invece ci hanno mostrato come un flusso di notizie debba essere guidato da chi può scandire tempi e forme della comunicazione in diretta, cogliendo ogni sfumatura del momento, per recapitare e valorizzare la propria differenza. Una logica di marketing privatistico, che rendeva ogni singolo brand giornalistico portatore di una propria opinione che selezionava il proprio pubblico.

Un canale generalista come Rai 1, una testata istituzionale come il suo Tg, fino ad oggi ha sempre badato a salvaguardare questa possibilità di raccogliere la platea più vasta possibile a cui parlare con frammenti di pluralismo, che poteva agganciare ogni singola visione del problema trattato.

I precedenti Barbato e Levi – L’unico vero precedente nella storia di Viale Mazzini era stato il Tg2 di Andrea Barbato, che proprio al suo nascere, affidava alla versatilità del suo direttore la possibilità di rendersi riconoscibile, e dunque di poter essere scelto alternativamente al fratello maggiore. Ricordiamo la stagione di Arrigo Levi che nelle sue conduzioni, nelle diverse crisi arabo israeliane, tenne con grande autorevolezza il video, assicurando per la prima volta al servizio pubblico un primato nella visione insider del tema che padroneggiava come nessun altro.

Ora torna un protagonismo in scena del direttore, che cambia profondamente i profili organizzativi. Il totalitarismo con cui la Maggioni interpreta il ruolo, tracimando perfino rispetto all’interpretazione da mattatore di Mentana – che in media, si calcola, copre circa il 30% del tempo di trasmissione nei suoi speciali, mentre il direttore del TG1 è arrivato a superare la metà del filo diretto – riclassifica tutte le funzioni. Gli inviati diventano testimoni locali, gli esperti occasionali consulenti, e lo studio coro che integra alla bisogna il dialogo diretto della conduttrice con il pubblico di riferimento. Un dialogo che si appoggia, inevitabilmente, su una visione specifica, forte, di parte, che lega la testata ad una tesi particolare, rompendo ogni asettica e apparente terzietà della tradizione del giornalismi pubblico.

Questa esperienza produce modifiche anche nella gerarchia interna all’azienda. Ovviamente dopo questa drammatica parentesi sarà difficile ritornare ad una strategia di integrazione e uniformità produttiva della fabbrica dell’informazione in Rai, così come sarà ancora più impraticabile assegnare a quanto mai vaghe direzioni orizzontali la programmazione di speciali o inchieste.

Lo sforzo del Paese – Il protagonismo della Maggioni ha imposto la centralità del Tg1 come parte essenziale della mobilitazione degli apparati nazionale, a supporto dello sforzo del paese nel sostenere l’Ucraina contro l’invasione russa e il direttore ne è l’anello di collegamento e il garante funzionale di questa coerenza.

Ora bisognerà vedere come questa forma di protagonismo si combinerà con la dinamica di una redazione, quale quella del Tg1, tradizionalmente gelosa delle proprie autonomie e funzionalità, o con le architetture organizzative del nuovo vertice Rai, che sa bene come tutti i precedenti manager siano stati bruciati proprio sull’altare di una riforma rigettata delle famose canne d’organo, ossia il modello di competizione interna fra le testate di Saxa Rubra. Certo è che il panorama informativo nazionale in pochi giorni ha scoperto un nuovo arsenale con una potenzialità, financo sulla scena internazionale sconosciuta. Questi nuovi Tg -da quello della Maggioni al circuito di Mediaset più integrato, a Mentana fino al ciclo continuo di Rainews24, con inviati sempre più intraprendenti e competitivi– impongono al paese di avere una bussola geopolitica più nitida: come spiegava un grande giornalista della Cnn, non si può fare informazione globale senza sapere bene chi siano i buoni e chi i cattivi.

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