Usa, il New York Times svela l’ultima frontiera delle fake news

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Una fitta rete di finte testate online gestite ad hoc da un unico “burattinaio” che, nascondendosi dietro testate locali ormai non più attive, diffonde notizie false a pagamento. E’ questa l’ultima frontiera delle fake news che arriva dagli Stati Uniti e che è stata portata alla luce da una inchiesta del New York Times che ha preso spunto a sua volta da una indagine precedente firmata dall’autorevole Columbia Journalism Review.

Il burattinaio in questione si chiama Brian Timpone, uomo d’affari di Chicago, che ha saputo unire l’esperienza di giornalista vicino al partito repubblicano e quella di imprenditore nel settore delle nuove tecnologie. Timpone, in dieci anni di attività, ha avviato circa 1300 siti web collegati più o meno direttamente a lui, con l’aiuto di uomini d’affari e conduttori di canali radiofonici e tv via Internet, che si spacciano per siti di informazione indipendenti ma che non hanno nulla a che fare con essa. In realtà quello che diffondono è propaganda unidirezionale con l’unico scopo di portare guadagni al burattinaio e ingraziarsi i poteri forti del suo Stato.

“Jefferson Reporter”, “Tuscaloosa Leader”, “Last Frontier News”, “Bridgeport Times”, “Miami Courant” sono alcuni dei nomi di questi siti che riprendono i nomi di piccole testate locali, per lo più chiuse proprio a causa di internet e dell’avvento delle news online. Un network articolato che fa capo a diverse società tutte collegate a Timpone: 1000 siti di news locali fanno riferimento alla Metric Media, oltre 50 siti di notizie a carattere finanziario e 34 siti, in Illinois, sono sotto l’ombrello Government Information Services e 11 siti di informazione a sfondo legale che fanno capo a un ramo della US Chamber of Commerce.

“L’operazione di Timpone ha le sue radici nell’inganno. In ciò che viene proposto non si riscontra né correttezza né trasparenza”, si legge nell’inchiesta del New York Times. L’operazione dell’imprenditore dell’Illinois non è certamente l’unica che ha cercato di sfruttare il declino dell’informazione locale costruendo siti che spacciano finte news sponsorizzate da entrambi i partiti. Ma quello che porta alla luce l’inchiesta del Ny Times è la vastità del network di Timpone, pari a più del doppio dei siti della maggiore catena di giornali degli States, la Gannett.

Il tariffario per chi vuole finire sui giornali del network di Timpone arriva anche a 2.000 dollari per cinque articoli e un numero illimitato di comunicati stampa con la possibilità di “indirizzare” i contenuti a proprio vantaggio.

I “reporter” che scrivono queste fake news sono perlopiù giovani pagati da 3 a 36 dollari a pezzo che si trovano a dover tessere le lodi dei committenti ed a nascondere aspetti negativi o frodi.

Se questa è la deriva verso cui sta andando il giornalismo, il mestiere più bello del mondo, almeno come lo abbiamo sempre inteso, non sembra destinato ad un futuro roseo. Il rischio sempre più concreto è che la mancanza di soldi renda sempre meno libero questo mestiere che da “cane da guardia del potere” si trasformi in “cane da compagnia”, sempre pronto a scodinzolare di fronte a chi paga.