Varriale si difende dalle accuse della ex: “Ho sbagliato ma non sono un mostro”

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Enrico Varriale Rai Sport. Foto da streaming

“Ho fatto qualcosa che non dovevo fare. Ma so anche che non sono il mostro di Milwaukee e penso che sia giusto dire come sono andati davvero i fatti”. Enrico Varriale parla per la prima volta a Repubblica dopo le accuse di lesioni e stalking rivoltegli dalla sua ex compagna e che lo porteranno a difendersi davanti al giudice in un processo che inizierà il prossimo 18 Gennaio.

Dopo essere rimasto in silenzio a lungo l’ex direttore di Rai Sport ha scelto di raccontare la sua versione dei fatti. “Il gip ha accolto la tesi della Signora (Varriale chiama così la sua ex per tutta l’intervista) . E per questo motivo, insieme ai miei avvocati Fabio Lattanzi e Stefano Maranella, ho deciso di affrontare il processo con rito ordinario. Così avrò modo di raccontare l’intera storia in un dibattimento”. Ma la versione raccontata dal giornalista è diversa da quella raccontata finora. “Lei viveva a Pesaro col marito. Io ero un uomo libero, a Roma – ha raccontato a Repubblica -. Ho due figlie grandi ma mi sono separato da mia moglie tanto tempo fa. Con la Signora avevamo cominciato a frequentarci a novembre. Lei veniva a Roma, da me, una settimana sì e una no. Era “prigioniera” – diceva così – di un matrimonio inesistente. Piangeva al telefono, si sentiva in gabbia. Ritenevo la cosa umiliante per lei e per me, così le ho chiesto di scegliere, un rapporto saltuario non mi interessava. A maggio, come tappa intermedia aveva affittato una casa vicino alla mia. Però le ho detto: il 15 luglio dopo gli Europei o prendi una decisione o la finiamo. Non ebbi risposta. Il 29 luglio ci vediamo a Roma per decidere se fare qualche giorno di vacanza insieme in Costiera amalfitana. Quella sera lei si accorse che avevo cambiato password al computer – prima usavo il suo nome – ha dato di matto e mi ha tirato il computer in faccia. Poi però abbiamo fatto pace e siamo partiti”.

“È stato un litigio” – “Il 5 agosto da Pesaro mi ha raggiunto di nuovo – racconta ancora il giornalista al quotidiano romano -. Eravamo a casa, lei stava rifacendo il letto e mi ha provocato. Ha cominciato ad accennare alle mie avventure. Dal 15 luglio ero un uomo libero. Prima l’ho rispettata, in ogni senso. La sera del 5 non sono caduto nelle provocazioni e me ne sono andato. Del 6 voglio dire due cose. La prima: non le ho mai messo le mani al collo. Al Gemelli le hanno fatto una prognosi, di cinque giorni. Un’abrasione alla base del collo, solo un’abrasione. La seconda cosa è che ci siamo colpiti tutti e due. Non l’ho picchiata. Non ho provato a strangolarla. È stato un litigio. Alla fine avevo l’occhio pesto, quello messo peggio ero io. Lo hanno visto diverse persone, anche nei giorni successivi. Ma io non mi sono fatto refertare. Una colluttazione non è meno grave. È comunque diverso. Io non ho mai picchiato una donna”.

“Non ho provato a strangolarla” – “Stavamo litigando. Io parlavo lei chattava. Le chiedo di smettere. E una volta, e due e tre. Le tiro via il telefonino. Lei mi salta addosso. Non le ho mai messo le mani alla gola. Sono cose che non devono capitare. Non mi sono controllato. Ma non sono un violento, non ho provato a strangolarla”, aggiunge.

E per quanto riguarda le accuse di stalking, dice: “Non sono uno stalker. Dal 6 agosto al 27 settembre, 43 messaggi. Eravamo abituati a scambiarcene trenta-quaranta al giorno. Se mi avesse detto ‘mi disturbi’ sarei sparito, ma lei non rispondeva né mi ha bloccato. Per altro in quei 40 giorni, 25 sono stato fuori Roma”.

Agli atti risulta un’offerta di Varriale di 15mila euro alla controparte per ritirare la denuncia. “Un tentativo, suggerito dal mio avvocato, di accorciare la gogna mediatica per me e per lei. Mi ha amareggiato leggere l’intervista della Signora, coperta da anonimato e piena di falsità. Non era per comprare il suo silenzio, la mia immagine era già stata distrutta”, conclude.

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