Vendita Solferino, Blackstone torna all’attacco e chiede 600 milioni di dollari a Rcs

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La sede del Corriere - Foto: Giovanni Dall'Orto Wikimedia Commons

Ad un mese e mezzo dal pronunciamento del Tribunale di Milano sul lodo arbitrale in merito alla vendita dell’immobile di via Solferino, Blackstone (il fondo americano che aveva acquistato nel 2013 la storica sede del Corriere della Sera) torna alla carica. Lo fa con una richiesta da far tremare i polsi: un risarcimento di 600 milioni di dollari (circa 505 milioni di euro) che Rcs dovrebbe pagare per aver fatto saltare rivendita dell’immobile ad Allianz da parte del fondo (300 milioni di dollari) e per i danni di reputazione e d’immagine causati al fondo stesso, oltre a quelli per i costi di gestione dell’immobile non rivenduto (altri 300 milioni).

La richiesta monstre è contenuta in una istanza che i legali del fondo statunitense hanno depositato presso la Supreme Court of New York, dove Blackstone aveva promosso inizialmente due diverse cause: una contro Rcs e l’altra direttamente contro il suo presidente, Urbano Cairo, per aver interferito scorrettamente nella vendita. Con la nuova azione, intitolata “Second Amended and Consolidated Complaint”, il gruppo americano chiede di riunire le due cause nelle mani del giudice della Corte suprema dello stato, Andrew Borrock, che fino ad oggi era incaricato solo dell’azione nei confronti di Rcs, “perché legati alla medesima condotta”.

Nella richiesta Blackstone cita esplicitamente il pronunciamento del tribunale milanese in merito all’arbitrato che, sostengono oltreoceano, avrebbe dato loro ragione rigettando la richiesta di Rcs di annullare la vendita dell’immobile al fondo nel 2013. Rcs sosteneva gli americani avessero sfruttato la crisi della società editoriale per ottenere un prezzo di acquisto troppo basso (120 milioni di euro).

L’apertura del lodo arbitrale, oltre a “gettare fango” sul fondo americano aveva fatto saltare la rivendita dell’immobile ad Allianz che aveva rinunciato all’acquisizione finché non si fosse chiarita la situazione. Azioni che da New York definiscono senza mezzi termini “flagranti interferenze”, “pura estorsione” e “ricatto” da parte di Rcs.

Rcs non ci sta – La versione del gruppo editoriale milanese è ben diversa. In primo luogo Rcs sostiene che il lodo arbitrale non abbia dato pienamente ragione agli americani perché, come scritto in un comunicato diffuso subito dopo la sentenza, se è vero che il tribunale ha respinto la richiesta di annullamento della vendita, ha comunque riconosciuto il valore più alto dell’immobile rispetto al prezzo di vendita (33 milioni) ma allo stesso tempo non ha considerato “tale sproporzione di sufficiente rilevanza”. Inoltre, sostengono ancora da Rcs, l’esito dell’arbitrato non implicherebbe alcuna ricaduta nei suoi confronti rispetto ai giudizi “promossi dall’acquirente davanti la Supreme Court of the State of New York”. In primo luogo perché il lodo stesso avrebbe confermato che la società editrice “non ha agito in modo scorretto e temerario” tanto più che ha deciso per la compensazione delle spese legali. In secondo luogo perché, i legali di Rcs considerano che l’organo giudicante di New York non sia la sede competente per decidere nel merito della questione. Per la società italiana i giudizi, quindi, sono “proposti innanzi a un giudice privo di giurisdizione, e sono comunque infondati”.

Il gruppo italiano sarebbe tanto sicuro della sua posizione da non aver mai effettuato accantonamenti a bilancio nonostante, come scrive Il Giornale, il valore complessivo del giudizio arrivi a una volta e mezza l’attuale capitalizzazione di mercato del gruppo.

Ora, a quanto scrive ancora Il Giornale, Rcs dovrebbe avere trenta giorni di tempo per rispondere, depositando documenti e memorie.

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