Gli struffoli, napoletani e non, sono i dolci dell’abbondanza

Matilde Serao, nel romanzo “Il paese di Cuccagna”, li definisce come la delizia della folla napoletana a ogni festa. Gli struffoli, tra storia e leggenda, sembra proprio che, pur rappresentando, tra i dolci natalizi, quelli più napoletani di tutti, abbiano avuto origini lontane dal Vesuvio. L’ipotesi più accreditata è quella che attribuisce ai Greci l’invenzione di tale delizia. Già al tempo della Magna Grecia pare siano arrivati a Napoli gli strongoulus o stroggulos (in italiano tondo, tondeggiante).

Ma anche gli Spagnoli, quando in città c’erano i Viceré, avrebbero fatto assaggiare alla popolazione il piñonate che, anche se fatto di palline un po’ allungate, somiglia molto agli struffoli. Certo è che l’antica Neapolis, quella prelibatezza, l’ha impreziosita e resa unica attraverso la maestria dell’arte pasticcera partenopea. Al punto che a Natale, a Capodanno ancor di più, sulla tavola napoletana, e non solo, di quelle leccornie proprio non si riesce a fare a meno. Anche perché, tra i simboli dell’abbondanza, esse sono in prima fila, così come le lenticchie e l’uva, o anche il melograno.

Sarà per questo che spesso gli struffoli vengono serviti in una cornucopia, da sempre espressione di ricchezza e prosperità. E a Napoli, un po’ la patria della superstizione, una credenza popolare invita a fare attenzione che le dolci palline siano ben amalgamate col miele. Più forte è la tenuta, più unita è la famiglia. C’è un segreto per questo. Riguarda la dimensione dello struffolo che, se troppo grande, ne pregiudica sia l’aspetto omogeneo dell’insieme sia il sapore. Naturalmente senza lesinare sulla quantità di miele necessaria per la perfetta riuscita.

Si può scegliere tra più figure: c’è chi ne fa una piramide, chi preferisce rappresentino una ciambella e chi li serve in piccole coppe. L’essenziale è mangiarli con un cucchiaino perché gli struffoli non si prestano ad essere affettati, diversamente dalla maggior parte dei dolci. Ultimo accorgimento. Vanno guarniti con quelli che i campani chiamano diavulilli, mini confettini coloratissimi, anche questi a simboleggiare l’abbondanza. Non guastano i canditi. Qualcuno preferisce le monete di cioccolato. 

Con diversi nomi, ma con un impasto simile a quelli tipicamente napoletani, gli struffoli (o strufoli come dicono a Roma e a Palermo) sarebbero i purcedduzzi di Lecce o la pignolata di Messina. In Sardegna li chiamano giggeri. La cicerata è il termine lucano e calabrese. Buona parte del Centro-Italia li definisce cicerchiata. Segno che questi dolcini hanno conquistato il palato di buona parte della Penisola. 

Pasquale Alfano

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