Aveva il cuore granata, non lo ha mai nascosto. Di quella fede calcistica andava fiero e quando pensava alla sciagura di Superga gli occhi diventavano lucidi di commozione. Dai suoi intervistati, sono tantissimi, ha saputo cogliere e raccontarci gli elementi più intimi, quelli vicini all’anima, schietti e sinceri, mai banali. Lo faceva con maestria, senza forzature. Con estremo garbo e tanta empatia. Ne ricavava ritratti spesso inaspettati che facevano rumore nello spettatore. Insomma Gianni Minà, che ci ha lasciato a 84 anni, è stato, come si dice in questi casi, un giornalista d’altri tempi. Uno fuori dal coro cui piaceva chi era controcorrente. Forse per questo in RAI, per la quale ha ideato, scritto e condotto programmi di successo, l’hanno dimenticato troppo presto. Al “carrozzone” di Viale Mazzini approda nel 1960 in occasione delle Olimpiadi di Roma. Dei Giochi Olimpici ci racconterà in altre sei edizioni. E saranno otto i Mondiali di Calcio ai quali sarà “inviato”. Tantissime le sfide di boxe. Maurizio Barendson, siamo proprio agli inizi, ne chiede la collaborazione a “Sprint”. Poi lavorerà nella squadra di “TV7” e in quella di “AZ un fatto, come e perché” con a capo Ennio Mastrostefano.
Sarà quindi la volta dei programmi “Odeon”, “Gulliver” e “Dribbling”. Andrea Barbato lo prende al Tg2 nel ’76, l’anno della riforma dell’Emittente di Stato. Poi conosce Giovanni Minoli, all’epoca capostruttura in Rai, col quale farà due anni di “Mixer” e tre (1981-1984) di “Blitz” di cui sarà anche conduttore. Le sue interviste meritano un’analisi a parte. Sono incontri non casuali ma cercati in maniera fine. Che, come egli stesso amava dire, gli avevano insegnato a respirare la libertà di essere come si è. L’incontro più bello? Quello con Muhammad Alì, dirà senza problemi.
“Il più grande di tutti, ha rotto un sistema, una cultura. In capo alle sue idee l’agognato riscatto del popolo di colore”. Ma sono tantissimi altri i ritratti che sono entrati nella storia del giornalismo. L’intervista col Presidente cubano Fidel Castro, per esempio. La più lunga di tutte. Ben sedici ore, era il 1987. Per un documentario di 67 minuti dal quale è stato tratto anche un libro. “Fidel racconta il Che” ne è il titolo. E poi ancora Diego Armando Maradona. I due sono stati amici veri e Minà, del fuoriclasse argentino, ha raccontato storie da brividi. “Che ti succede, Diego?” gli chiese un giorno. Giorgio Chinaglia fu sorpreso da “Ti sei fatto mai un esame di coscienza?” Difficile dimenticare l’agenda che tanto gli invidiava Massimo Troisi. O anche Pantani, Mennea, i campioni tristi. C’è uno “scatto” che lo ha immortalato in un locale di Roma in compagnia di Robert De Niro, Sergio Leone, Gabriel Garcia Marquez e Muhammed Alì. Un’icona autentica. Quelle su Nelson Mandela e Marcello Mastroianni sono, come dirà, le interviste “mancate”. Alla domanda cosa avrebbe fatto se non fosse divenuto giornalista? Gianni Minà rispondeva, senza esitare, sono nato giornalista, lo sono, lo sarò sempre. Aggiungiamo meno male.
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