Non serve una “risoluzione” per licenziare i dirigenti Rai che annaffiano le piante

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Non solo Fabio Fazio. Anche i dirigenti Rai sono finiti nel mirino di Matteo Salvini, tant’è che ha messo al lavoro i suoi – che studiano una risoluzione ad hoc – per consentire al servizio pubblico di licenziare in tronco quei dirigenti, per dirla col leader del Carroccio, che in Viale Mazzini annaffiano le piante. Ma come stanno realmente le cose? E siamo sicuri che non si tratti di propaganda? LoSpecialista.tv ha sfogliato il dossier sui dirigenti Rai aggiornato a dicembre 2018, ecco cosa è uscito fuori.

Il Gruppo Rai annovera 339 dirigenti, ai quali si aggiungono 313 dirigenti giornalisti. I dirigenti della Capogruppo sono invece 279, di cui solo 64 donne. I dirigenti hanno un’età media di oltre 56 anni, un costo azienda medio di 220 mila euro l’anno e un’anzianità media di oltre 20 anni (si trovano bene…). Solo 1 dirigente è sotto i 40 anni, 55 sono tra i 41 e i 50 anni, 154 tra i 51 e i 60 anni e ben 69 hanno oltre 60 anni. Salvini, dunque, può sperare che un aiutino allo spoil system lo possa dare anche la sua “quota 100” alla quale – a quanto apprende loSpecialista.tv – dovrebbero aderire una cinquantina di dirigenti da qui al 2020.

Tutti questi dirigenti, salvo rarissime eccezioni nello staff di Marcello Foa e Fabrizio Salini, hanno un contratto a tempo indeterminato. Ma non è affatto vero che non possono essere licenziati. Qualora venga meno il rapporto di fiducia o non rientrino nel mansionario del nuovo piano industriale, il vertice Rai può tranquillamente mandarli via “senza giusta causa”. Il problema – e l’anzianità di servizio lo dimostra – è che per prassi la politica cambia i propri dirigenti di riferimento e gli altri li manda in panchina lasciandoli “appesi” e senza incarico. Basta guardare a cosa è successo all’ex direttore di Rai1, Angelo Teodoli, che dopo aver condotto alla grande l’ammiraglia è finito nel dimenticatoio… Non serve, dunque, una risoluzione o una legge per avere una governance Rai più efficiente, più giovane e magari con più donne. Basterebbe che la politica non varcasse i cancelli dell’azienda un giorno dopo l’apertura delle urne, consentendo al settimo piano – se possibile non nominato dal Palazzo – di valutare “liberamente” chi serve e chi no.

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